J-Ax torna a far discutere con un brano nel quale affronta direttamente il rapporto con Dio, trasformando la musica in un confronto durissimo sul dolore, sulla morte e sulle ingiustizie che attraversano il mondo. Alessandro Aleotti, questo il vero nome dell’artista, mette al centro una domanda che accompagna da sempre la storia dell’uomo: come può un Dio buono permettere tanta sofferenza? Il pezzo si sviluppa come una vera e propria invettiva rivolta al Cielo. J-Ax chiama in causa le tragedie che colpiscono gli innocenti, le violenze, i potenti che sembrano restare impuniti e, più in generale, quel male che spesso appare incompatibile con l’esistenza di una presenza divina capace di proteggere l’uomo.
A rendere ancora più intenso il significato del brano c’è anche una dimensione profondamente personale. Dietro le parole del rapper si avverte infatti il peso della perdita di Fausto Cogliati, storico produttore e collaboratore legato per molti anni alla sua storia artistica. Il lutto diventa così uno dei punti di partenza per interrogare Dio sulla morte e sull’apparente silenzio che accompagna alcuni dei momenti più dolorosi della vita.
Il rapporto tra Dio e l’uomo raccontato attraverso l’immagine di un padre
Uno dei nuclei più forti del nuovo brano di J-Ax è il paragone tra Dio e la figura di un padre. Il rapper costruisce il proprio ragionamento partendo dall’idea che un padre dovrebbe restare accanto al figlio anche quando quest’ultimo sbaglia, soffre o si ribella. È proprio su questo terreno che la canzone assume i toni di una contestazione radicale. J-Ax non sembra voler proporre una riflessione teologica, ma porta nella musica una reazione viscerale alla sofferenza e all’idea di un Dio che, agli occhi dell’uomo ferito, può apparire lontano proprio quando avrebbe più bisogno della sua presenza.
La provocazione dell’artista si inserisce così in una questione molto più ampia del semplice dibattito musicale. Il problema del male, la sofferenza degli innocenti, la morte e il silenzio di Dio sono interrogativi che attraversano da secoli religione, filosofia e letteratura. In questo caso, però, tutto passa attraverso il linguaggio immediato e diretto di J-Ax, che porta quelle domande dentro una canzone e le consegna al proprio pubblico.
Don Giovanni Zampaglione risponde a J-Ax
A quelle parole ha scelto di rispondere don Giovanni Zampaglione, sacerdote che non parte dalla condanna dell’artista, ma proprio dalla sua rabbia. Nella sua lettera aperta riconosce dietro la provocazione di J-Ax la sofferenza di chi osserva un mondo pieno di ingiustizie e si domanda dove sia Dio. Per il sacerdote, infatti, contestare Dio non significa necessariamente aver smesso di cercarlo. Al contrario, anche una protesta violenta può nascere da una domanda ancora aperta. Don Zampaglione ricorda come nella stessa Bibbia non manchino figure che si rivolgono a Dio con disperazione, rabbia e domande drammatiche.
Il sacerdote risponde inoltre direttamente all’immagine paterna utilizzata da J-Ax, richiamando la parabola evangelica del Padre misericordioso: non un Dio che fugge davanti all’uomo, sostiene don Zampaglione, ma un Padre che continua ad aspettarlo e che gli corre incontro. Nella lettera compare anche un riferimento a “Dio è morto”, celebre canzone di Francesco Guccini. Don Zampaglione la utilizza per ricordare come una denuncia radicale del male e delle contraddizioni della società possa comunque lasciare aperta una strada verso la speranza.
La lettera integrale di don Giovanni Zampaglione a J-Ax
Caro J-Ax,ti scrivo da sacerdote, ma prima ancora da uomo che ogni giorno ascolta le ferite, le rabbie e le speranze di tante persone. Ho ascoltato le tue parole su Dio, la tua provocazione e quel senso di sfida o di distanza che spesso metti nei tuoi testi. E ti dico la verità: non sono qui per condannarti, né per fare una predica dall’alto di un pulpito.Vedi, quando un artista grida contro il Cielo o esprime un rifiuto verso Dio, io non sento un nemico da combattere. Sento spesso un dolore che cerca risposte. Sento la frustrazione di chi guarda il mondo, ne vede le ingiustizie, le sofferenze e le ipocrisie – anche quelle di noi uomini di Chiesa – e si chiede come possa esistere un Dio buono in mezzo a tutto questo. La tua rabbia non spaventa Dio, Alessandro. Nella Bibbia ci sono profeti e santi che hanno urlato contro di Lui la loro disperazione. Dio preferisce un grido sincero a una finta preghiera sussurrata per abitudine.Caro J-Ax, ricordati che Dio non scappa. Non si tira indietro davanti ai nostri rifiuti o ai nostri errori. C’è una parabola bellissima nel Vangelo che racconta di un Padre che non aspetta altro che riabbracciare il figlio che ritorna, qualunque cosa abbia fatto, senza chiedergli spiegazioni o rinfacciargli il passato. Quel Padre corre incontro al figlio quando è ancora lontano, lo stringe a sé e fa festa. Ecco chi è Dio: una misericordia viscerale, totale, che non fa distinzioni e non mette condizioni. È vicino a chi ha successo e a chi è a terra, a chi va in chiesa e a chi si sente un reietto.A questo proposito, c’è una canzone che canto spesso e che sicuramente conosci: “Dio è morto”. Quel testo straordinario elenca tutte le storture del mondo: l’ipocrisia di chi si siede sul denaro, l’ingiustizia, l’odio, i miti della nostra società che sembrano aver spento ogni traccia del divino. Di fronte a tutto questo sporco, verrebbe davvero da dire che Dio è morto nei campi di sterminio o nelle periferie abbandonate. Ma quella canzone non si ferma alla disperazione. Si chiude con una certezza immensa: “Se Dio muore è per tre giorni e poi risorge, nei pensieri degli uomini Dio è risorto”.La speranza e la vita vincono sempre sul buio, sulla morte e sulle nostre stesse ribellioni. La tua musica arriva a migliaia di giovani che spesso si sentono soli e incompresi. Continua a provocare, continua a fare domande scomode. Ma non chiudere la porta alla possibilità che, dietro quel silenzio che a volte ti fa rabbia, ci sia un Padre che non è mai fuggito e che aspetta solo di riabbracciarti. Un caro saluto, Un sacerdote don Giovanni Zampaglione”.
