Lo spettacolo dell’Etna in eruzione “può suscitare emozioni molto diverse: fascino e meraviglia, ma anche paura e ansia. Per chi vive nelle aree interessate, soprattutto durante le fasi di maggiore attività, il problema non è soltanto il rischio concreto, ma anche l’incertezza: non sapere esattamente come evolverà il fenomeno, quanto durerà e quali conseguenze potrà avere“. A riflettere sull’impatto emotivo e psicologico del vulcano attivo – con le spettacolari immagini che circolano anche grazie ai social che ci fanno ‘partecipare’ maggiormente al fenomeno – è David Lazzari, presidente Benèpsys, Osservatorio benessere psicologico e salute. Per chi vive da vicino l’evento, “l’ansia, in questi casi – spiega lo psicologo all’Adnkronos Salute – è in parte una risposta naturale e utile, perché ci rende più attenti e prudenti. Può però diventare fonte di disagio quando l’allerta si prolunga, viene amplificata da immagini e notizie continue, o si trasforma nella sensazione di vivere sotto una minaccia permanente. Le persone più vulnerabili, i bambini e chi ha già sperimentato eventi naturali traumatici possono risentirne maggiormente“.
Per questo, secondo Lazzari, “accanto al monitoraggio del vulcano e alle misure di sicurezza, è importante anche una comunicazione chiara, affidabile e non allarmistica: conoscere il rischio e sapere cosa fare aiuta a ridurre il senso di impotenza e a trasformare la paura in consapevolezza e capacità di affrontare la situazione“. Passando a un’analisi più generale, “l’Etna – evidenzia Lazzari – rappresenta in modo molto evidente l’ambivalenza del nostro rapporto con la natura: ci attrae e ci affascina proprio mentre ci ricorda quanto siamo vulnerabili di fronte alla sua forza. Paura, meraviglia e curiosità possono convivere, e questo spiega anche perché un fenomeno potenzialmente pericoloso diventi nello stesso tempo una straordinaria attrazione turistica“.
Per chi vive nei territori etnei, poi, “il vulcano non è soltanto una minaccia: è paesaggio, identità, memoria, lavoro, agricoltura, turismo e quindi anche risorsa economica“, sottolinea lo psicologo. “Proprio per questo la percezione del rischio è complessa e non coincide sempre con il rischio reale: la familiarità può aumentare la capacità di convivenza, ma talvolta può anche portare a sottovalutare il pericolo. Dal punto di vista psicologico, la sfida è trovare un equilibrio tra allarmismo e negazione, trasformando la paura in consapevolezza, informazione e comportamenti adeguati. L’Etna ci insegna che convivere con l’incertezza non significa eliminarla, ma imparare a gestirla, mantenendo insieme rispetto per il rischio e capacità di continuare a vivere pienamente il territorio“, conclude Lazzari.
