A seguito delle obiezioni sollevate in Rete rispetto al dossier sul “DDL Malan”, il movimento La Strada risponde con un’ampia contro-analisi che ribatte punto per punto alle opinioni critiche dei sostenitori del DDL. Di seguito il comunicato con la riflessione a cura di Maria Arminio: “in primo luogo, la narrazione del cacciatore come “bioregolatore” della fauna si scontra con una solida letteratura scientifica. La caccia ricreativa non imita la selezione naturale, ma la altera profondamente. Infatti, quando una popolazione animale viene ridotta artificialmente tramite la caccia, la minore competizione per il cibo e la distruzione delle gerarchie sociali innescano l’effetto compensatorio, documentato in specie come cinghiali, coyote e cervidi, che rispondono con tassi di natalità più alti, cucciolate più numerose e maturità sessuale anticipata.
A questo si aggiunge l’immigrazione compensatoria da zone limitrofe e l’azione del “super-predatore umano” che, a differenza dei predatori naturali, seleziona gli adulti riproduttori più sani e di grande taglia. Inoltre, la sola presenza venatoria (e più in generale l’attività antropica di disturbo all’habitat naturale) genera quello che nella letteratura scientifica viene definito “paesaggio della paura” (landscape of fear), alterando i ritmi biologici e causando stress cronico anche nelle specie non bersaglio. È fondamentale non confondere la gestione faunistica pubblica – scientifica, pianificata e condotta da tecnici esperti – con la caccia ricreativa e sportiva, che per sua natura non ha finalità né competenze di controllo demografico. Il ruolo del cacciatore, in alcune ordinanze regionali del passato, tutt’al più è stato riconosciuto come “coadiutore” nell’abbattimento di alcune specie in ambito di emergenza sanitaria (ad esempio, la gestione della PSA), ma la parola “bioregolatore” (riferita ai cacciatori) non esiste nelle leggi statali vigenti; essa è stata introdotta nel dibattito giuridico dal DDL Malan per ridefinire l’attività venatoria come forma di tutela della biodiversità. Gli stessi piani ufficiali di gestione del cinghiale, basati anche su dati ISPRA, confermano l’efficacia ridotta della caccia tradizionale rispetto agli interventi selettivi mirati.
È interessante notare che la stessa definizione tecnica di “bioregolatore” offerta da chi sostiene il DDL – un soggetto formato e qualificato, impiegato dall’amministrazione nell’ambito di piani pubblici di gestione faunistica, e non il semplice cacciatore sportivo – coincide di fatto con la distinzione che proponiamo tra gestione faunistica pubblica e caccia ricreativa. Anche accogliendo questa definizione, essa non giustificherebbe l’estensione della qualifica di “bioregolatore” alla generalità dei cacciatori titolari di porto d’armi prevista dal DDL, ma tutt’al più a un ristretto corpo di operatori formati e autorizzati caso per caso, come già avviene nei piani di controllo per la peste suina africana.
Come ha osservato anche un esperto del WWF interpellato dalla rivista Focus, il termine “bioregolatore” avrebbe senso se riferito a chi esegue un intervento all’interno di un piano pubblico, scientifico e controllato: il problema nasce quando, come conseguenza del DDL, la stessa etichetta viene estesa all’intera attività venatoria ricreativa, presentata nel suo complesso come “tutela della biodiversità”.
Il DDL Malan pretende inoltre di declassare i pareri dell’ISPRA a mero ruolo consultivo, consentendo alle Regioni di disattenderli: si tratta a nostro avviso di una scelta rischiosa, che affida alla politica decisioni che dovrebbero competere unicamente alla scienza. Questa maggiore autonomia regionale non eviterà i contenziosi dei ricorsi al TAR, ma sposterà lo scontro legale direttamente dinanzi alla Corte Costituzionale e alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea per violazione delle Direttive Uccelli e Habitat, sollevando forti perplessità persino all’interno della stessa Conferenza delle Regioni.
Ribadiamo inoltre che il DDL Malan si pone in netto contrasto con la Convenzione di Berna poiché indebolisce le tutele storiche della fauna – patrimonio indisponibile dello Stato –, ridimensiona l’autorevolezza degli enti scientifici indipendenti e tenta di far passare la caccia come uno strumento di salvaguardia della biodiversità. Inoltre, la critica mossa dal movimento all’articolo 842 del Codice Civile, che consente l’ingresso incontrollato dei cacciatori nei fondi privati, non nasce da preconcetti ideologici ma dalla tutela della proprietà privata e dalla coerenza con gli articoli 9 e 41 della Costituzione, recentemente rafforzati a protezione dell’ambiente, degli ecosistemi e delle specie animali che li abitano. Presentare le norme vigenti come immutabili significa ignorare che il diritto evolve con la sensibilità sociale.
Nel riconoscere le reali criticità legate ai danni agricoli provocati dalla fauna selvatica, il movimento La Strada ne contesta fermamente la risposta basata sull’“aumento dei fucili”: servono invece recinzioni protettive, ristori tempestivi e metodi ecologici incruenti, tutelando al contempo settori come il turismo. Anche l’argomento della sicurezza stradale appare del tutto strumentale, visto che i dati ISTAT indicano che solo lo 0,2% degli incidenti è causato da animali selvatici. Più in generale, la fauna appartiene a tutta la collettività e non all’1% della popolazione che pratica l’attività venatoria. Senza una riflessione etica sulla sofferenza degli esseri senzienti e sull’inutilità di pratiche crudeli come l’uso dei richiami vivi, il diritto e la scienza rischiano di ridursi a meri strumenti di legittimazione dello status quo.
Il movimento La Strada ribadisce la propria netta opposizione al DDL Malan e conferma la volontà di sostenere qualsiasi percorso referendario o mobilitazione che rifletta la reale volontà dei cittadini italiani: proteggere la biodiversità, rispettare le evidenze scientifiche ed eliminare norme anacronistiche.”.
La replica dettagliata è disponibile al link riportato di seguito: https://la-strada.it/replica-sul-ddl-malan-la-caccia-ricreativa-non-e-gestione-faunistica/.
