La storia della Dama di Varapodio, della sua preziosa coppa vitrea e degli orecchini d’oro rinvenuti all’interno della sepoltura sarà al centro della conferenza in programma venerdì 31 luglio, alle ore 20:30, sulla terrazza panoramica del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria. L’incontro, affidato al professor Felice Costabile, avrà come tema “La coppa di Varapodio e gli orecchini d’oro dalla tomba della Dama”. L’appuntamento è organizzato dal Club di Territorio di Reggio Calabria in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale, nell’ambito degli eventi “Estate al MArRC”. Hanno collaborato alla realizzazione dell’iniziativa anche l’Associazione Anassilaos, l’Archeoclub dello Stretto e il Centro Internazionale Scrittori della Calabria.
La conferenza permetterà di approfondire uno dei più affascinanti ritrovamenti archeologici avvenuti nel territorio reggino. Nella necropoli di Varapodio fu infatti scoperta, nel 1905, la tomba di una Dama vissuta nel III secolo a.C.. La sepoltura venne pubblicata l’anno successivo a Messina dallo scopritore Antonio Cananzi, che intendeva offrirla in vendita insieme al suo corredo funerario. Il reperto più prezioso ritrovato nella tomba è una coppa vitrea decorata con una scena di caccia in foglia d’oro, proveniente da Alessandria d’Egitto. Dalla stessa area geografica giungevano anche due raffinati orecchini a testa di antilope, rinvenuti ancora accanto alle tempie della Dama. La coppa fu successivamente acquistata dallo Stato, mentre il resto del corredo venne donato dallo stesso scopritore.
La tomba era stata costruita utilizzando mattoni prodotti da un fabbricante greco di nome Chalidios. Un altro artigiano, Giasone, aveva invece fornito i materiali per alcune sepolture vicine. Il territorio, tuttavia, era stato sottratto ai Greci di Reggio dai Mamertini, mercenari campani che avevano fondato Tauriana, nell’attuale territorio di Palmi, e Oppido, conquistando Messina nel 288 a.C.
Tra il 280 e il 270 a.C. la legione campana guidata da Decio Vibellio, alleata di Roma contro Pirro, aveva occupato Reggio. I Campani erano così rimasti padroni di entrambe le sponde dello Stretto e di due ricche poleis conquistate a tradimento, pur continuando a convivere con le popolazioni locali. Nei porti delle due città confluivano il grano e le oreficerie provenienti da Alessandria d’Egitto, come testimoniano i reperti ritrovati nelle rispettive necropoli.
In questo articolato contesto storico, è possibile che la Dama di Varapodio fosse la moglie greca di un capo campano o bruzio. Le necropoli di Varapodio, Reggio e Messina, insieme agli scavi di Oppido-Mella e Tauriana, consentono di ricostruire la fusione tra differenti componenti etniche durante una fase segnata dalla prima guerra punica in Sicilia, dalla guerra di Annibale in Italia e dalla spedizione di Pirro.
I reperti raccontano inoltre la progressiva diffusione dello stile di vita urbano e del lusso delle città ellenistiche, capaci di conquistare prima le popolazioni italiche e successivamente quelle latine. La grecità, sconfitta dai Romani anche a causa delle proprie profonde divisioni, continuò infatti a esercitare un’influenza determinante attraverso la raffinata civiltà che aveva meritato a quei territori il nome di Magna Grecia.
Quella stessa eredità culturale avrebbe fornito alimento, modelli e lingua all’ecumenismo dell’Impero romano, estendendosi dalla Britannia al continente europeo, fino all’Africa e all’Asia Minore. La conferenza del professor Costabile offrirà dunque l’occasione per rileggere la storia della Dama di Varapodio non soltanto attraverso i suoi preziosi gioielli, ma anche all’interno del più ampio processo di incontro e fusione tra civiltà diverse sulle sponde dello Stretto.
