Nelle prossime ore una madre sarà condotta in carcere per scontare una condanna a un anno e nove mesi di reclusione per i reati di stalking e tentato sottrazione di minorenni. Una vicenda che trae origine da quattro episodi avvenuti nell’arco di circa due anni, tutti riconducibili al tentativo della donna di rivedere i propri figli, dichiarati adottabili e successivamente adottati da un’altra famiglia. L’ordine di esecuzione della pena è stato emesso e non è stato sospeso. Una prospettiva che suscita profondo sdegno e apre interrogativi destinati ad andare ben oltre il singolo caso giudiziario: può davvero una madre essere privata della libertà personale per avere cercato di mantenere vivo, seppur da lontano, un legame affettivo con i propri figli? Può l’amore di una madre, manifestato senza violenza e senza aggressività, essere equiparato a una condotta tale da giustificare il carcere?
Secondo la ricostruzione processuale, il primo episodio avvenne del tutto casualmente nel centro di Roma. La donna si imbatté nei propri figli, che la riconobbero immediatamente, e tra madre e bambini vi fu un abbraccio spontaneo. Fu la famiglia adottiva a richiedere l’intervento dei Carabinieri. Successivamente, in altre occasioni, la madre si limitò a recarsi nei pressi della scuola frequentata dai figli con il solo intento di poterli vedere da lontano. In due circostanze riuscì soltanto a rivolgere loro poche parole, dicendo quanto continuasse a voler loro bene. Da questi episodi è scaturita la condanna che oggi potrebbe condurla in carcere.
Ma è un’altra circostanza a rendere questa vicenda ancora più controversa. Il Tribunale per i Minorenni di Roma ha dichiarato adottabili i due bambini recependo le conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio, che aveva ritenuto i genitori gravemente inadeguati sotto il profilo delle capacità genitoriali. Tuttavia, gli stessi genitori hanno continuato a crescere la loro terza figlia, oggi di sei anni, senza che nei suoi confronti sia mai stato aperto alcun procedimento di adottabilità né disposto alcun allontanamento. Gli atti richiamati nel ricorso contro la dichiarazione di adottabilità evidenziano inoltre che la bambina vive con i genitori, è seguita dai servizi territoriali e viene descritta come ben curata e in buone condizioni di salute.
“È questa la domanda alla quale qualcuno dovrà prima o poi rispondere – dichiara l’Avvocato Francesco Miraglia –: come possono gli stessi genitori essere stati ritenuti definitivamente incapaci di crescere due figli e, allo stesso tempo, essere considerati pienamente idonei a crescere una terza figlia? Se la loro inidoneità era davvero irreversibile, perché non è mai stato aperto alcun procedimento anche nei confronti della figlia più piccola? Se, invece, quella capacità genitoriale esisteva, allora è doveroso interrogarsi sulla correttezza delle valutazioni che hanno portato alla dichiarazione di adottabilità”.
“Sono profondamente indignato – prosegue Miraglia – perché questa madre entrerà in carcere non per avere aggredito, minacciato o perseguitato i propri figli, ma per averli abbracciati dopo un incontro del tutto casuale e per avere successivamente cercato di rivederli da lontano davanti alla loro scuola. Una madre può davvero essere considerata colpevole di essere madre? Può essere considerata colpevole di continuare ad amare i propri figli? Sono domande che ogni cittadino dovrebbe porsi”.
“Lo affermo con la serenità di chi, già nel 2001, sosteneva la necessità di introdurre nel nostro ordinamento il reato di stalking quale fondamentale strumento di tutela delle vittime di autentiche condotte persecutorie. Continuo a ritenere quella scelta giusta e necessaria. Proprio per questo, però, ritengo che ogni vicenda debba essere valutata nella sua concreta specificità. Il diritto non può rinunciare alla proporzionalità e all’umanità. Applicare la legge significa anche comprendere il contesto nel quale i fatti si verificano”.
C’è poi un altro dato che non può essere ignorato: questa è una famiglia Sinti. Non voglio dire che questo abbia influito sulle decisioni, ma una domanda viene spontanea: siamo sicuri che tutti i cittadini vengano giudicati sempre con gli stessi criteri?
“Per questo – conclude l’Avvocato Miraglia – chiediamo l’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella affinché questa vicenda venga attentamente valutata. Qui non è in discussione soltanto il destino di una madre. È in discussione la capacità del nostro ordinamento di distinguere una vera condotta persecutoria dall’estremo e disperato tentativo di una madre di non recidere per sempre il legame con i propri figli. Se una madre può finire in carcere per un abbraccio e per avere cercato di vedere da lontano i propri figli, allora questa vicenda merita una riflessione profonda da parte delle istituzioni e dell’intera opinione pubblica”.
