Tempo di rievocazioni e di commemorazioni, che in Italia è sempre anche tempo di divisioni. È passato un quarto di secolo, ma i disordini del G8 di Genova, appena a suscitarli, tirano fuori polemiche e dispute mai sopite. Per l’occasione i principali giornali nazionali hanno tirato fuori lunghe interviste ai protagonisti di quei giorni e commenti di contorno dei leader della contestazione dei nostri giorni. Al centro di tutto, naturalmente, l’intervista alla sorella di Carlo Giuliani e al carabiniere che ne causò la morte. E credo che nessun evento più di quell’episodio dimostri come l’ideologia condizioni il modo di vedere la realtà. Anzi, di come alla fine l’ideologia sia tutto e di fronte a questa la realtà che sembra granitica viene aggredita e smembrata, perde di consistenza e comincia a dissolversi fino a non contare più nulla.
Durante i disordini in occasione del G8 di Genova un gruppo di giovani esagitati aggrediscono un fuoristrada dei carabinieri
L’episodio è noto. Durante i disordini in occasione del G8 di Genova un gruppo di giovani esagitati con il volto coperto dal passamontagna aggrediscono un fuoristrada dei carabinieri che viene travolto. L’equipaggio fugge per salvarsi ma uno non è abbastanza veloce, così uno degli aggressori afferra un estintore e tenta di scagliarglielo addosso, al che il carabiniere, in un gesto disperato di salvarsi gli spara e lo colpisce uccidendolo. Il ragazzo con il volto coperto era Carlo Giuliani. Il suo curriculum, per quel che conta al di là dell’episodio, non è esaltante: ventitre anni di cui gli ultimi passati a bighellonare dopo il ritiro dagli studi e qualche problema di poco conto con le forze dell’ordine e la droga.
Da quel momento l’Italia si spacca in due, e le due interpretazioni indicano appunto come ci sono due visioni inconciliabili che la ragione non può dirimere. Martire o delinquente? Diciamo innanzitutto che la realtà del fatto, che qui sarebbe deputata a dare la sua risposta inequivocabile, passa subito in secondo piano, e poi smette del tutto di avere importanza. Eppure questa è una delle prime morti di cui si ha una chiara rappresentazione filmata, tanto che, per quel che conta, tutti i gradi giudizio a cui si è rivolta la famiglia arrivando finanche alla Corte Europea hanno assolto il carabiniere con formula piena. Si vede chiaramente l’aggressione violenta a un carabiniere che ha tentato di difendersi, e se bastassero queste immagini il fatto non dovrebbe avere più nulla da dire pur nella sua tragicità. Ma, appunto, questo non vuole dire nulla.
Da qui in poi è l’ideologia a sovrapporsi all’ovvietà del reale fino a impadronirsene del tutto e a farlo sparire completamente
Da qui in poi è l’ideologia a sovrapporsi all’ovvietà del reale fino a impadronirsene del tutto e a farlo sparire completamente. Da adesso contano solo le interpretazioni a priori. Per una certa parte politica una divisa è per definizione la rappresentazione di un potere coercitivo e oscurantista. E così come farne un bersaglio è sempre lecito in virtù di un atto rivoluzionario e di liberazione da uno Stato oppressivo, allo stesso modo qualsiasi colpo che derivi da un agente, sia quello di un manganello e a maggior ragione quello di un proiettile è il colpo di un assassino.
È a priori un colpo partito dalla parte sbagliata e non è ammessa nessuna replica: alle forze dell’ordine è concesso solo prenderle o anche, se è il caso, morire. Dall’altra parte la divisa è invece il simbolo di chi l’ordine lo vuole mantenere contro chi la società la vuole sovvertire e crede di poterne fare ciò che vuole. E rappresenta l’ultima barriera tra una maggioranza silenziosa che la mattina si alza a lavorare e un pericoloso vuoto sociale che invece ci vorrebbe vivere alle spalle e gli vorrebbe fare pagare i propri conti, tra cui qualche volta anche qualche città messa in ginocchio.
E lì in mezzo non si può avere ragione o torto, ci si può solo schierare, e questo episodio lo ha dimostrato in maniera esemplare. Chiunque tu sia, qualunque cosa tu abbia fatto, se un agente ti tocca da una parte sarai sempre una vittima, dall’altra sarai quello che se la è cercata. E in questi venticinque anni di episodi così ce ne sono stati parecchi, sempre tra polemiche futili, ma che non arriveranno da nessuna parte.
Adesso quindi leggiamo le parole della sorella di Carlo Giuliani, che parla con toni patetici di un fratello rubatole dallo Stato. Tutta una sinistra naturalmente si è mossa per onorarlo come un martire con film, lapidi, intitolazioni fin dentro il Senato e ha fatto in modo che la madre venisse eletta parlamentare (e non è il primo caso di familiari di sinistra che speculano su queste situazioni per entrare in parlamento). Oltre, naturalmente, a tutta una certa intellighenzia artistica che lo ha eletto a simbolo di una certa ferocia statale.
Il carabiniere naturalmente ha finito per essere macinato in questo gioco e ha cominciato a dire di essere stato il capro espiatorio di un gioco più grande di lui, una misera rotella in un sistema perverso. E solo attraverso il suo crollo psicologico possiamo comprendere il tirare fuori i soliti poteri occulti che ogni volta in Italia servono a dare una colorazione politica e misteriosa a ogni episodio.
A noi sembra che la cosa sia molto più banale, senza voler tirare fuori alta sociologia. C’era solo uno scalmanato che in quel momento era andato fuori di testa e stata facendo qualcosa di più grande di lui. Forse magari non era neanche un violento, ma non era neanche un campione di virtù: era solo un poco di buono, come tutti i rigurgiti dei centri sociali. E se è sempre tragico perdere la vita così giovani, non era neanche il caso di santificarlo.
Montanelli, riguardo a quelli che andavano a tirar pietre (e non solo) durante gli anni di piombo, diceva che in fondo la colpa non era neanche la loro, ma dei cattivi maestri. In fondo molti giovani sono solo delle teste vuote facilmente influenzabili e se capitano nelle mani sbagliate il loro destino è segnato. Si riferiva a Toni Negri che dopo avere aizzato il dissenso se ne stava poi tranquillamente a Parigi con la complicità della sinistra francese: “Ah, quel maledetto Toni Negri, quel maledetto aizzatore dei sentimenti dei giovani che è vigliaccamente scappato dall’Italia per non affrontare il carcere. Per un Paese non c’è nulla di peggio che i cattivi maestri. Come punirli? Bisognerebbe impiccarli. Ripeto, impiccarli.”
Ma per una volta non ci sentiamo di essere d’accordo con lui. I cattivi maestri alla fine ci sono sempre stati e se uno va a cercarseli alla fine qualcuno se lo trova sempre. La madre di Giuliani aveva un bello scrivere che era un bravo ragazzo, e detto con gli occhi di una madre la possiamo anche capire. Ma se poi a vent’anni invece di studiare o di trovarsi un lavoro si finisce dietro al Capanna o al Toni Negri di turno alla fine, forse, non ci sono molti alibi. Si è solo seduto a mangiare dove già c’era un posto apparecchiato per lui.
