Ricorre quest’anno il centotrentesimo anniversario della nascita di Eugenio Montale, uno dei simboli più rappresentativi della città della Lanterna ma anche della letteratura italiana, considerato a ragione come uno tra i più rappresentativi poeti italiani del Novecento. Eugenio Montale nasce a Genova il 12 ottobre del 1896. Frequentò le scuole tecniche ed intraprese studi di canto che dovette interrompere nel ‘17 per andare al fronte come ufficiale di fanteria. Dopo la guerra tornò a Genova dove cominciò a dedicarsi agli studi di poesia e a frequentare gli ambienti letterari.
Nel ’27 a Firenze lavorò prima per la casa editrice Bemporad e dal ’28 come direttore del Gabinetto scientifico-letterario Vieusseux, incarico che dovette lasciare dieci anni dopo perché non iscritto al partito fascista. Dopo la pubblicazione della sua sua prima raccolta “Ossi di seppia” (1925), nell’ambiente fiorentino matura la poesia delle “occasioni” (1939) ed inizia la sua attività di traduttore prima di poeti e poi di autori di teatro e di narrativa. Tra il 1940 ed il 1943 completa la raccolta di poesie “Finisterre” pubblicata a Lugano (1943). “La bufera e altro” e le prose di “Farfalla di Dinard” sono pubblicate nel 1956 dopo un lungo silenzio. Nel 1971 pubblica “Satura”, nel 1977 “Quaderno di quattro anni”.
Nel 1967 viene nominato senatore a vita e nel 1975 gli viene conferito il Premio Nobel. La conversazione, organizzata dal Circolo Culturale “L’Agorà”, ha registrato le presenze del Consigliere delegato alla Pubblica Istruzione della Città Metropolitana di Genova Filippo Bruzzone, di Gianni Aiello (Presidente del Circolo Culturale “L’Agorà”), e del Vice presidente del sodalizio culturale reggino Antonino Megali, che ne ha tracciato le qualità letterarie ed umane.
Una “crêuza de mä” che continua – come evidenziato nel corso del suo breve intervento introduttivo Gianni Aiello – e che rappresenta un altro tassello utile a rafforzare le fondamenta del “ponte culturale” che accomuna i due territori che si affacciano sul Mediterraneo. Quel “Mare Nostrum” crocevia di diverse culture e popolazioni che si sono confrontate nel corso dello scorrere del tempo. È stata la volta dei saluti istituzionali da parte del Consigliere Metropolitano con delega alla Pubblica Istruzione Filippo Bruzzone. Il rappresentante istituzionale ha esplicitato che la nuova conversazione, organizzata dal Circolo Culturale “L’Agorà” di Reggio Calabria, rappresenta un dato storico di straordinaria importanza e che nel contempo rappresenta un qualcosa in più di un semplice omaggio a un grande poeta. Negli anni ‘30 del secolo scorso – prosegue Filippo Bruzzone – Salvatore Quasimodo, il poeta siciliano, che avrebbe poi vinto il Nobel, lavorava come geometra del Ministero dei Lavori Pubblici qui a Reggio Calabria.
Fu proprio da Reggio Calabria che inviò alla rivista Fiorentina Solare la sua prima raccolta Acque e Terre. Fu Montale, il genovese, il poeta del Mediterraneo Ligure, a scrivere una delle prime recensioni entusiaste di quella raccolta, riconoscendo immediatamente il talento di Quasimodo e contribuendo a lanciarlo nel panorama letterario italiano e non solo. Genova e Reggio Calabria erano già in quel momento legate da un filo invisibile ma potente, il filo appunto della poesia. Non è un legame da poco, significa che in un appartamento di Reggio Calabria su questo stretto che fu cuore della Magna Grecia nascevano versi che un Ligure seppe riconoscere e valorizzare.
Il Mediterraneo ancora una volta è come spazio di incontro ed è proprio il Mediterraneo il cuore profondo di Montale. La sezione centrale degli Ossi di di Seppia, la sua raccolta ad esordio del 1925 si intitola semplicemente Mediterraneo, non il mare di Liguria, non il mare di Genova ma appunto il Mediterraneo, quel mare comune che bagna le coste della Liguria e dello stretto di Messina e appunto di Reggio Calabria che guarda ogni giorno. In quei versi Montale scriveva rivolgendosi direttamente al mare, antico son ubriaco dalla voce che esce dalle tue bocche quando si schiudono, è la voce di un mare che parla a tutti coloro che gli vivono vicino, ai Genovesi di Nervi, Monte Rosso, ai Reggini dello Stretto, a chi ha costruito la propria identità sul ritmo delle onde e sulla voce del mezzogiorno, quel sole che abbaglia quella terra arida e aspra che Montale descriveva in Liguria e che ritroveremo identica nell’Aspromonte o lungo le coste calabresi.
Il paesaggio del meridione europeo duro, bellissimo e pieno di significato. Montale era un poeta che credeva nelle radici locali come condizione per parlare all’universale, le sue scogliere, i suoi limoni, i suoi muri bianchi erano Liguri eppure chiunque in qualsiasi terra di mare li saprebbe riconoscere come propri. Esattamente lo spirito che anima il lavoro del Circolo Culturale “L’Agorà”, costruire ponti culturali tra territori che a guardarli bene parlano la stessa lingua e che la città metropolitana di Genova sostiene e coltiva come strumento di coesione sociale per sviluppare partenariati tra istituzioni e comunità, perché crediamo, come Montale ci ha insegnato, che la forza di un luogo non sta nel nascondere le proprie specificità, ma nel portarla al centro con orgoglio e senza retorica.
Un filo conduttore tra Eugenio Montale, il Mediterraneo e la Calabria, che prosegue con l’analisi di altre cifre, come delineato, nel corso del suo intervento Antonio Megali (Vice presidente del Circolo Culturale “L’Agorà”) che oltre a tracciare le qualità di poeta, scrittore, traduttore, giornalista, critico musicale, critico letterario e pittore, ha ricordato nel corso della sua disamina un filo rosso che collega i due territori. Eugenio Montale fu uno dei primissimi estimatori e critici di Lorenzo Calogero, lo straordinario e tormentato poeta di Melicuccà.
Montale riconobbe il suo genio visionario definendolo “il Rimbaud italiano” ed elogiandone il “reale temperamento poetico” che impose all’attenzione della critica nazionale la sua opera. Nel 1962, scrisse sulle colonne del Corriere della Sera un articolo sul tormentato e intenso poeta di Melicuccà. “(…) Dotato di un reale temperamento poetico ed è quindi da escludersi un abbaglio da parte di coloro che oggi vogliono rendergli l’onore che gli fu negato in vita. Il problema immediato sarà forse quello di comprendere i motivi che hanno ritardato l’attuale riconoscimento; e poi, ma più tardi, di definire entro quali limiti l’apporto del Calogero alla poesia italiana del nostro tempo debba ritenersi positivo. E diciamo subito che in questa breve notizia informativa il problema sarà lasciato aperto perché la poesia vera, e più che mai la difficile poesia di Calogero, deve attendere la sua verifica dall’invecchiamento“.
Queste alcune delle cifre che sono state oggetto di analisi nel corso dell’incontro organizzato dal sodalizio culturale organizzatore reggino. La conversazione, sarà disponibile, sulle varie piattaforme Social Network presenti nella rete, a far data da lunedì 20 luglio
