Sondaggi politici, ha ancora senso votare? Le risposte degli italiani, i DATI

A 80 anni dal referendum tra Repubblica e Monarchia e dall’elezione della Costituente, il sondaggio di Termometro Politico mostra una larga fiducia nel voto, ma anche una quota significativa di motivazione difensiva

A 80 anni dal referendum su Repubblica e Monarchia e dall’elezione dei membri della Costituente del 2 giugno 1946, il nuovo sondaggio di Termometro Politico pone una domanda centrale per la democrazia italiana: oggi ha ancora significato votare?. La risposta che emerge dalla rilevazione è netta: per l’85,7% degli intervistati sì, il voto conserva ancora un senso.

Il dato, però, va letto nelle sue diverse componenti. La maggioranza più ampia, pari al 60,3%, attribuisce al voto una funzione propositiva: si vota per affermare una visione politica e sostenere un programma vicino alle proprie idee. Accanto a questa motivazione, emerge però una quota molto rilevante, pari al 25,4%, che vede nel voto soprattutto uno strumento di argine, utile a impedire che arrivino al potere partiti e persone percepiti come lontani dai propri valori.

Votare ha ancora senso: il sì raggiunge l’85,7%

Il dato principale del sondaggio è la somma dei due profili favorevoli al voto. Da una parte c’è chi risponde sì in modo propositivo, dall’altra chi risponde sì in chiave difensiva. Insieme, queste due posizioni portano all’85,7% la quota di chi ritiene che votare abbia ancora senso.

In un contesto segnato da astensionismo crescente, il risultato assume un significato politico rilevante. La rilevazione segnala infatti che il problema non sembra essere l’assenza di una motivazione teorica al voto, ma la sua effettiva traduzione in comportamento elettorale. In altre parole, molti cittadini riconoscono ancora valore alla partecipazione democratica, ma questo non significa automaticamente che tale convinzione si trasformi sempre in presenza alle urne.

Il 60,3% vota per affermare una visione politica

La risposta più consistente è quella di chi vede nel voto uno strumento per far prevalere idee, programmi e visioni del mondo. Il 60,3% degli intervistati sceglie infatti l’opzione: “Sì, soprattutto per fare prevalere una visione e un programma che sia più vicino alle mie idee”.

È il dato che esprime il livello più alto di fiducia nel meccanismo democratico. In questa prospettiva, il voto non viene percepito solo come un dovere civico o come un gesto simbolico, ma come un modo concreto per incidere sull’indirizzo politico del Paese. Chi sceglie questa risposta considera ancora le elezioni come uno strumento utile per orientare le decisioni pubbliche e per sostenere una proposta coerente con le proprie convinzioni.

Il 25,4% vota per impedire la vittoria di forze lontane dai propri valori

Il secondo dato più significativo riguarda la motivazione difensiva. Il 25,4% degli intervistati afferma di votare soprattutto per evitare che arrivino al potere partiti e persone con idee e valori lontani dai propri. Nel sondaggio, questa posizione è formulata così: “Sì, soprattutto per impedire che arrivino al potere partiti e persone che hanno idee e valori lontani dai miei”.

Questa quota, pari a oltre un quarto del campione, racconta una forma diversa di partecipazione. Il voto resta considerato utile, ma non tanto per sostenere pienamente una proposta politica, quanto per bloccarne un’altra. È il voto come argine, come strumento di contenimento rispetto a forze avversarie ritenute distanti o incompatibili con la propria visione.

Due modi diversi di dire sì al voto

La rilevazione mette in evidenza una differenza qualitativa importante tra i due profili favorevoli al voto. Chi vota per affermare una visione politica esprime una maggiore fiducia nel sistema democratico e nella possibilità di scegliere un programma vicino alle proprie idee. Chi vota invece per argine rivela una diffidenza di fondo verso le forze politiche avversarie.

Entrambi i gruppi riconoscono valore al voto, ma lo fanno partendo da presupposti diversi. Nel primo caso domina l’adesione positiva a un progetto. Nel secondo prevale la necessità di impedire un esito giudicato negativo. Il dato del 25,4% mostra quindi come una parte consistente dell’elettorato viva il voto anche come risposta alla polarizzazione politica e alla distanza percepita rispetto agli avversari.

Il 13,2% considera il voto inutile o controproducente

Accanto all’ampia maggioranza che ritiene ancora utile votare, il sondaggio registra anche una componente scettica. Il 13,2% degli intervistati considera il voto inutile o addirittura controproducente. Si tratta di una minoranza, ma politicamente significativa perché intercetta l’elettorato potenzialmente astensionista.

All’interno di questa area, l’8,2% sceglie la risposta: “No, chi va al potere dopo non rispetta quasi mai il mandato elettorale, il voto non produce cambiamento”. È una posizione che nasce dalla sfiducia nella capacità della politica di rispettare gli impegni presi con gli elettori e di trasformare il voto in cambiamenti concreti.

Il 5% vede il voto come strumento di conservazione della classe politica

Una quota più ridotta, ma comunque presente, pari al 5,0%, esprime una critica ancora più radicale. Secondo questa posizione, “No, anzi, andare a votare serve solo a perpetuare una classe politica non democratica che peggiora le condizioni delle persone”.

In questo caso il voto non viene semplicemente considerato inefficace, ma addirittura funzionale alla conservazione di un sistema giudicato negativamente. È una forma di sfiducia profonda verso la rappresentanza politica e verso la capacità delle elezioni di produrre un reale miglioramento delle condizioni dei cittadini.

Astensionismo e fiducia democratica: il nodo della partecipazione

Il risultato complessivo del sondaggio apre una riflessione sul rapporto tra fiducia democratica e partecipazione elettorale. Se l’85,7% afferma che votare ha ancora senso, la questione centrale diventa capire perché questa convinzione non sempre si traduca in una partecipazione effettiva alle urne.

Il sondaggio suggerisce che l’astensionismo non deriva necessariamente da un rifiuto teorico del voto. Al contrario, una parte molto ampia del campione riconosce ancora valore alla scelta elettorale. Tuttavia, la presenza di un’area scettica e il peso della motivazione difensiva indicano un rapporto complesso con la politica, nel quale convivono fiducia, timore, disillusione e polarizzazione.

Il valore simbolico degli 80 anni dal 2 giugno 1946

La domanda del sondaggio assume un significato particolare perché arriva in occasione degli 80 anni dal referendum su Repubblica e Monarchia e dall’elezione dei membri della Costituente del 2 giugno 1946. Quel passaggio storico rappresenta uno dei momenti fondativi della democrazia italiana e del sistema repubblicano.

Alla luce di questa ricorrenza, chiedere se votare abbia ancora senso significa interrogarsi sullo stato della partecipazione democratica oggi. Il dato maggioritario conferma che il voto resta, per gran parte degli intervistati, uno strumento ancora significativo. Ma la presenza di un quarto di elettori che vota soprattutto per impedire la vittoria degli avversari segnala anche un clima politico segnato da forte contrapposizione.

I dati del sondaggio Termometro Politico

Il sondaggio di Termometro Politico è stato realizzato con metodo CAWI su 2.200 interviste raccolte tra il 2 e il 4 giugno 2026. Alla domanda “Sono passati 80 anni dalle prime elezioni democratiche. Oggi ha ancora significato votare?”, il 60,3% risponde sì per fare prevalere una visione e un programma più vicini alle proprie idee, mentre il 25,4% risponde sì soprattutto per impedire che arrivino al potere partiti e persone con idee e valori lontani dai propri.

Le risposte negative raccolgono complessivamente il 13,2%: l’8,2% ritiene che chi va al potere dopo non rispetti quasi mai il mandato elettorale e che il voto non produca cambiamento, mentre il 5,0% considera il voto uno strumento che serve solo a perpetuare una classe politica non democratica. La quota di chi non sa o non intende rispondere si ferma all’1,1%.

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