Saverio Strati lo sapeva bene; e per questo custodiva nell’anima il segreto del potere ancestrale che la contrada di Santavenere esercitava sul cuore degli uomini. Santavenere, allora, era un regno fatato, un dominio incantato che si ergeva solenne, degno delle grandi saghe della Terra di Mezzo de “Il Signore degli Anelli”. Un mondo fiero, forgiato dalla civiltà contadina e popolato da creature mitologiche nate dal respiro della terra: il leggendario Zinnapoticu, le mistiche serenelle, i granchi azzurri e le guizzanti giannelle.
Io ho vissuto quel regno
Anche io ho respirato l’aria di quelle contrade, ho ascoltato il battito del mulino ad acqua, ho percorso ogni sentiero e calpestato ogni zolla di quella terra. Il torrente di Santavenere scorreva maestoso come un dio fluviale, dominando da Schiumizzi a Mendulà, da Ntonellhu a Mirto e a Fronzè; muovendo dalla Proterina fino ad abbracciare Patau e la Bovisciana, per poi fondersi, con la fierezza di un re, nella maestosa fiumara La Verde. Il Selvaggio di Santavenere, romanzo di Saverio Strati e vincitore del Premio Campiello, affonda le proprie radici nella carne e nel sangue di quegli anni e di quelle contrade, celebrando la quotidianità e i sacrifici eroici di un popolo straordinario. La grandezza dello scrittore risiede soprattutto in questo: nella capacità cioè di aver consegnato alle pagine l’incanto, la luce e l’anima eterna di quelle terre.
L’Età dell’Oro e l’abbondanza dei Titani
In quel paradiso terrestre ho vissuto i giorni più luminosi della mia infanzia. Ogni fine della scuola segnava l’inizio del viaggio verso il mito: correvo da mia nonna, custode di quel santuario sorto sulle rive del torrente di Santavenere. La sua casa era un tempio di accoglienza e libertà. Non c’era la corrente elettrica ma la luce del sole, il chiarore della luna e il fuoco del focolare dentro un mondo traboccante di ogni dono della terra. I miei nonni erano i sovrani di quel piccolo regno: guidavano il gregge, governavano il pollaio, allevavano conigli, coltivavano un orto generoso e donavano alla tavola vino robusto e olio dorato. L’abbondanza nasceva dalle loro mani, dal loro sudore e dalla dignità con cui onoravano ogni giorno la terra.
Trascorrere l’estate lì era il più grande privilegio che il destino potesse concedermi: un’immersione totale nella natura primordiale.
Ricordo che per me e i miei cugini le giornate iniziavano con i bagni nelle pozze del torrente. Poi partivamo alla ricerca dei granchi azzurri e delle anguille, che la sera arrostivamo sul fuoco vivo sotto una volta di stelle. Seguivamo mio nonno mentre, con la sapienza tramandata dalle generazioni, preparava le trappole per tordi, beccacce e fagiani. Era una caccia antica, fatta di rispetto, sostentamento e gratitudine.
Eravamo ai piedi dell’Aspromonte e lassù ogni cosa possedeva un’anima. Ogni gesto custodiva un significato. Ogni giorno sembrava appartenere all’eternità.
Il Custode dell’Ultimo Fuoco
Oggi Santavenere custodisce il fascino solenne del silenzio. Tra le sue valli continua a risuonare l’eco del vociare dei contadini, il richiamo dei pastori, i canti popolari che riscaldavano il cuore e il coro delle massaie che raggiungevano il fiume per lavare i panni, come antiche sacerdotesse dell’acqua. Anche se il tempo prosegue il suo cammino e il progresso percorre la propria strada, Santavenere continua a custodire la sua anima.
Quando torno in quei luoghi, ascolto ancora il respiro della mia terra. Lo ritrovo tra gli alberi, nell’acqua del torrente, nelle pietre levigate dal tempo e nel vento che attraversa la valle portando con sé le voci di un mondo che continua a vivere nella memoria. Finché quelle contrade dimoreranno nel mio cuore, finché saprò raccontare il ruggito della mia terra e il profumo del fuoco acceso nelle notti d’estate, quel regno (giuro) continuerà a vivere. Perché di una cosa sono certo: quel lembo di Locride, quella cultura, quella storia e quell’identità che appartengono alla nostra Calabria, finché avrò voce continueranno a risuonare attraverso la mia penna. E con esse continuerà a vivere anche Santavenere.
