Giuseppe Tuccio, l’uomo prima della toga: la vera antimafia non si misura con accuse facili

Luigi Tuccio ricorda il padre come esempio di equilibrio, cultura e giustizia autentica, denunciando la banalizzazione dell’antimafia e la necessità di distinguere la mafia reale dalle accuse facili

“Giuseppe Tuccio e l’antimafia d’accatto! Mio padre, mi insegnò una cosa che oggi comprendo più di ieri: il valore di un uomo non nasce dalla funzione che esercita. Una toga, una carica pubblica, una penna, una ribalta mediatica possono certamente attribuire un ruolo e possono concedere potere e persino costruire consenso. Ma nessun ruolo sarà mai capace di consegnare grandezza a chi non possiede già, nella propria dimensione umana, equilibrio, cultura, rispetto e senso della misura”. E’ questo il post pubblicato su facebook da Luigi Tuccio, noto avvocato di Reggio Calabria.

“Ci sono uomini che rendono grande la funzione che esercitano. E ci sono uomini che cercano nella funzione una dimensione che non hanno saputo costruire come persone. Giuseppe Tuccio apparteneva alla prima categoria. Non divenne uomo attraverso la toga. Portò dentro la toga l’uomo che era già diventato: il bambino nato nella semplicità di Mortille, cresciuto nella cultura del sacrificio e della responsabilità; lo studente ferroviere che affrontava i turni notturni per mantenersi gli studi e frequentare l’università; l’ufficiale dell’aeronautica ed il commissario di PS formatosi al servizio delle Istituzioni e sotto l’egida del senso dello Stato e poi, anche, il magistrato che avrebbe sempre ricordato che prima di un fascicolo e di un provvedimento giudiziario, esisteva una persona, fatta di storia, di drammi umani, di dignità; che certamente venivano prima dei reati. “La tutela della dignità dell’uomo è il primo compito del giudice.” Questa era la sua idea della giustizia: severa quando necessario, ma mai privata dell’umanità. Giuseppe Tuccio non scoprì la mafia dai libri”.

“La incontrò nelle aule giudiziarie. La affrontò quando combatterla non significava ricevere applausi, visibilità o riconoscimenti pubblici. Servì lo Stato da Presidente della Corte d’Assise di Reggio Calabria e da Procuratore della Repubblica di Palmi, prima che da Presidente di sezione presso la Corte di Appello di Catanzaro e della Suprema Corte; nei di versi ruoli celebrò processi contro la criminalità organizzata in anni difficili, quando la stessa comprensione giuridica del fenomeno mafioso calabrese era ancora in costruzione” prosegue Tuccio.

“Volle concludere la propria esperienza di vita da Garante dei diritti dei detenuti per rafforzare sempre lo stesso principio, per se e per gli altri: lo Stato deve essere forte proprio perché deve essere giusto. E proprio perché conosceva davvero la mafia, temeva una cosa: la banalizzazione della lotta alla mafia. Usava parole dure: “antimafia d’accatto”. Non parlava certamente dell’antimafia autentica; non parlava di chi aveva servito lo Stato nel silenzio, rischiando la propria vita e pagando prezzi altissimi.  Parlava di un fenomeno diverso e cioè dell’antimafia che diventa rappresentazione, appartenenza ed anzi apparenza. Parlava dell’antimafia che rischia di trasformarsi da strumento di contrasto alla criminalità organizzata a strumento di giudizio morale preventivo!.

“Antimafia d’accatto significa identificare coloro i quali non frequentano un circolo nella convinzione che tutti gli associati siano mafiosi Perché la mafia esiste. Ha ferito questa terra, in cui lo Stato continua a latitare non garantendo adeguate opportunità lavorative a chi diventa facile preda di manovalanza dei mafiosi. Ha condizionato economia, libertà e futuro. Ma proprio per questo merita di essere combattuta con serietà, non trasformata in una categoria dentro cui collocare ogni relazione sociale, ogni conoscenza, ogni rapporto umano, magari in applicazione di folli teoremi fondati su proprietà transitive: se un parente o un conoscente è mafioso allora sei mafioso anche tu….!”. 

“Perché quando tutto diventa mafia, il rischio è quello di non riconoscere più la mafia vera. Poi arrivò il momento in cui quella riflessione divenne parte della sua stessa vita e cioè dell’Uomo che aveva dedicato l’esistenza alla giustizia dovette chiedere giustizia. Chi aveva servito lo Stato dovette difendere la propria storia davanti allo Stato. La vicenda denominata “Gotha” non fu soltanto un procedimento giudiziario. Fu anche una narrazione pubblica. La rappresentazione di una città nella quale sembrava che ogni cosa dovesse necessariamente essere interpretata attraverso un unico schema: il sistema occulto, la zona grigia, la contaminazione permanente” continua ancora Tuccio.

“Una visione raccontata anche nel libro “Gotha” di Claudio Cordova, accompagnato dalla prefazione dell’allora Procuratore Federico Cafiero De Raho, oggi parlamentare dei 5 stelle. Una tesi forte, fantasiosa, priva del senso della misura, che non ha tenuto conto che il potere della parola, dell’accusa e della narrazione porta con sé una responsabilità enorme. Dietro un nome scritto in un libro non c’è solo un nome. C’è una storia, una vita, una famiglia; c’è il dolore ma c’è anche la dignità Mio padre non volle mai rispondere; Non era appassionato alle polemiche ed alla vacuezza delle argomentazioni, men che meno ai titoloni contrapposti”.

“Non volle nemmeno concedere la sua commiserazione a chi riteneva avesse smarrito il senso della misura. Era Uomo di contenuti. Continuò a rispettare lo Stato, anche nel momento in cui una parte dello stesso aveva ferito lui. Alla fine della sua vita, quando anche il suo stesso corpo lo aveva abbandonato, ma la mente era talmente lucida da vivere anche dopo di lui, mi disse : “I tempi processuali saranno certamente più lunghi rispetto al tempo reale della mia sopravvivenza, ma tu non perdere mail senso dello Stato e fiducia verso le Istituzioni” Lo disse senza odio. Con la lucidità di chi conosceva la giustizia, i suoi tempi e anche i suoi limiti. Aveva ragione. La verità arrivò quando Giuseppe Tuccio non poteva più ascoltarla. Ma la domanda porsi oggi è: la toga rende grande l’uomo? O deve essere l’uomo a rendere grande la toga? E Giuseppe Tuccio era un Uomo, prima di indossare la toga…” conclude Tuccio.