Nei giorni scorsi, l’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal giudice per le indagini preliminari Claudia Colli su esplicita richiesta del procuratore capo della Direzione Distrettuale Antimafia Giuseppe Borrelli, ha condotto in carcere Maurizio Chiarolla, sindacalista reggino di spicco nel panorama sindacale e politico. Fedelissimo di Giuseppe Falcomatà, vicino al Partito Democratico, pochissimi giorni fa candidato alla Presidenza della Quinta Circoscrizione (“Reggio Centro-Sud”) con il PD, Chiarolla è finito in carcere con accuse, mosse dagli inquirenti, che disegnano i confini di una torbida vicenda legata a una sistematica attività di estorsione mafiosa e di gestione illecita del cosiddetto racket delle assunzioni.
Secondo le ricostruzioni degli inquirenti, Chiarolla avrebbe utilizzato metodi criminali e atti intimidatori per per imporre una rete di assunzioni clientelari e forzate all’interno dello stabilimento industriale di Hitachi Rail Spa, una delle aziende più importanti presenti sul territorio reggino e calabrese. L’obiettivo? Piegare la concorrenza sindacale e favorire l’ingresso di lavoratori strettamente legati alla propria cerchia di influenza.
Secondo quanto emerge dall’indagine, non ci sarebbero state solo pressioni verbali o minacce velate, ma anche gravi attentati incendiari. Il caso sarebbe, infatti, collegato al rogo nel quale sono state bruciate le auto dei sindacalisti Antonio Hanaman e Gabriele Labate, esponenti storici di Cisl e Uil, volenterosi di garantire la trasparenza occupazionale all’interno della Hitachi, ostacolando le pretese monopolistiche di Chiarolla. Altro episodio collegato, riguarderebbe l’incendio risalente al giugno dello scorso anno, che aveva preso di mira la vettura di Nunzio Blandini, manager della società Miri Spa operante in subappalto per conto di Hitachi, anch’egli reo di essersi opposto alle pesanti imposizioni del sindacalista arrestato.
Felice Manti e quel riflettore acceso a giugno 2025
“La mafia ha allungato i suoi tentacoli anche nelle organizzazioni sindacali, nei Caf e nelle cooperative, lanciando un’Opa ostile sul mondo del lavoro e sulla rappresentanza sindacale, proprio nel momento di maggiore debolezza di Cgil, Cisl e Uil. Lo ha fatto attraverso iscritti accusati da indagini della magistratura di aver spalancato le porte del sindacato alle cosche, gonfiando le liste con tessere false finanziate con firme apocrife sulle deleghe per la riscossione del contributo sindacale. Lo dimostrerebbero intercettazioni telefoniche e ambientali, pedinamenti e attività di osservazione“. Nel giugno del 2025, il giornalista reggino Felice Manti, scriveva su “Il Giornale” un articolo nel quale denunciava i rapporti tra mafia e sindacati in diverse parti d’Italia.
Particolare, il passaggio che riguarda Reggio Calabria, una città che, vista la provenienza del giornalista, non può passare inosservata: “anche a Reggio Calabria qualche spaventato operaio ci racconta che ci sarebbe una sigla sindacale dentro una delle più importanti fabbriche della Regione che sarebbe eterodiretta dalle cosche, con delegati che cercano iscritti e minacciano ritorsioni contro chi si rifiuta, dal cambio di turno improvviso alle ferie stravolte. Non sappiamo se la Procura reggina stia indagando o meno. Ma questi picchi di iscrizioni sarebbero visibili, a quanto ci risulta: se le segreterie nazionali non se ne accorgono è un problema di cui discutere, sia con la magistratura che con la politica. Altrimenti meglio evitare di dare lezioncine di economia. O peggio, di antimafia“.
Un anno dopo, nel giugno 2026, le tessere del mosaico si compongono formando un quadro, oggi, comprensibile alla luce del caso Chiarolla. All’epoca, con indagini in corso, Felice Manti aveva acceso un riflettore importante sulla vicenda, oggi venuta alla luce come un vero e proprio terremoto giudiziario.
