Udito e declino cognitivo, Festicini: “gli apparecchi acustici proteggono anche il cervello”

Lo specialista in riabilitazione uditiva invita a superare i pregiudizi sull’ipoacusia e a considerare il controllo dell’udito una pratica di prevenzione fondamentale per memoria, relazioni e qualità della vita

“Per troppo tempo abbiamo considerato l’apparecchio acustico come un semplice rimedio estetico o funzionale legato all’avanzare dell’età, ma la scienza moderna ci impone oggi un radicale cambio di prospettiva poiché la perdita dell’udito non è un fenomeno isolato che riguarda esclusivamente le orecchie, bensì una minaccia diretta all’integrità del nostro sistema nervoso centrale. In qualità di professionisti della salute uditiva, abbiamo il compito di evidenziare come l’ipoacusia non trattata rappresenti attualmente il principale fattore di rischio modificabile per lo sviluppo del declino cognitivo e della demenza, poiché quando il cervello smette di ricevere stimoli sonori chiari e coerenti non rimane semplicemente inerte, ma avvia un processo di riorganizzazione spesso dannoso”. Lo afferma in una nota il Dott. Lorenzo Festicini, Dottore e Specialista nella Riabilitazione Uditiva.

“Le aree cerebrali deputate all’ascolto, private della loro funzione primaria, vengono letteralmente requisite da altri sensi in un fenomeno di plasticità maladattiva che rende col tempo sempre più complessa la decodifica del linguaggio, portando a un sovraccarico cognitivo costante che sottrae energia preziosa alle funzioni esecutive e alla memoria a lungo termine.  In questo scenario, l’apparecchio acustico moderno si evolve da semplice amplificatore a sofisticato processore neurale che, grazie all’integrazione di algoritmi di intelligenza artificiale, funge da vero e proprio farmaco tecnologico capace di preservare la materia grigia e mantenere attive le connessioni sinaptiche del lobo temporale”. 

“Adottare tempestivamente un apparecchio acustico di precisione non significa soltanto tornare a interagire con il mondo circostante, ma significa proteggere attivamente la propria identità e la propria vitalità intellettiva, contrastando l’isolamento sociale che è da sempre il primo acceleratore del decadimento senile”. 

“La sfida che ci attende è dunque culturale e richiede che il controllo dell’udito diventi una pratica di prevenzione ordinaria, al pari del monitoraggio della pressione arteriosa, poiché intervenire oggi con la corretta tecnologia audioprotesica non è solo un atto di cura verso il proprio udito, ma una scelta consapevole per mantenere una mente giovane, brillante e profondamente connessa alla vita”.