La passione per il calcio può essere un legame che va oltre i risultati sul campo, un sentimento che si intreccia con le difficoltà quotidiane di una città. Questa è la riflessione di un tifoso del Messina, che da oltre quarant’anni vive a Reggio Calabria, un tifoso che ha vissuto, e continua a vivere, le difficoltà delle due città dello Stretto. La Reggina per il quarto anno consecutivo in Serie D e la retrocessione del Messina in Eccellenza sono solo il riflesso di una realtà più profonda che colpisce entrambi i luoghi. Di seguito, la lettera che esprime il suo pensiero, un grido che unisce sport e vita quotidiana, la speranza e la delusione.
“Messina e Reggio Calabria, due città abbracciate dallo stesso destino, infausto. Entrambe accomunate da una pessima qualità di vita. Tra tutte le province italiane, Messina è al 91° posto, Reggio Calabria all’ultimo. Per entrambe, l’incidenza dei tributi locali è veramente esponenziale. Reggio Calabria è tra le poche città d’Italia dove la Tari si paga a “peso d’oro”. Per una famiglia composta da tre persone, la media è 550 euro l’anno. I servizi offerti dalle due Città sono in antitesi rispetto alla riscossione dei tributi. Elevati i primi, scadenti i secondi. E che dire della fuga dei giovani in cerca di fortuna!? O dell’annoso problema della disoccupazione? E così via. L’elenco è lungo.
Non solo. A livello calcistico, entrambe militano tra i dilettanti. Messina, al momento, ne rappresenta “l’Eccellenza”. Ecco, forse si potrebbe dire che l’espressione calcistica delle due città ne rappresenta la reale dimensione. Ma non è così. Entrambe, meriterebbero molto di più. Tanto. I mali delle due città nascono dal di dentro. Nascono dalle promesse di chi, per accaparrarsi un posto al sole, sarebbe pronto a dire che da domani tutto cambierà. Che è arrivata l’era dell’oro. Nascono da chi millanta e ha sempre millantato.
Nascono da chi antepone l’interesse personale a quello collettivo. Nascono da chi – quando la gente soffre, anche per un dramma sportivo -, scende improvvisamente in “campo”, come non ha mai fatto prima, prospettando soluzioni e “cure”. Un po’ come i “bucalaci”, che escono fuori quando piove. Improvvisamente, un nugolo di “dottori” si interessa del moribondo, nei cui confronti, in precedenza, non aveva evidenziato alcun interesse, allargando semplicemente le braccia, come a voler significare “non c’è nenti i fari”.
Ecco, se c’è un messaggio che vorrei lanciare ai “dottori” delle due sponde è che, in questo momento di profondo dolore, l’unica cosa auspicabile sarebbe quella che i proclami di resurrezione venissero fatti dopo il 25 maggio, magari con un po’ più di umiltà e l’aiuto, quello sì indispensabile, del padre eterno”.
