“Il dibattito sull’utilizzo del piombo nelle munizioni da caccia torna ad accendere il confronto politico e venatorio in Italia. Nelle ultime settimane, infatti, durante l’esame della riforma della legge 157/92 in Senato, è stato approvato un emendamento che estende il divieto di utilizzo delle munizioni in piombo a tutte le zone umide, comprese quelle temporanee, recependo in maniera ancora più stringente i principi del regolamento europeo REACH”. Lo afferma in una nota il Movimento Amici della Caccia di Reggio Calabria.
“Il Movimento Amici della Caccia di Reggio Calabria esprime forte dissenso verso quella che definisce “una deriva normativa sempre più scollegata dalla realtà dei territori e dall’effettiva pratica venatoria”, chiedendo al Governo un approccio più graduale, scientifico e sostenibile. La problematica relativa al piombo nasce principalmente in ambito ambientale e sanitario. Da anni, infatti, l’Unione Europea sostiene che i residui delle munizioni disperse nell’ambiente possano contaminare ecosistemi acquatici, fauna selvatica e catena alimentare”.
“Particolare attenzione è stata posta sulle zone umide, dove anatidi e altri uccelli acquatici potrebbero ingerire accidentalmente piccoli pallini di piombo depositati sul terreno o nei fondali, confondendoli con piccoli sassolini utilizzati per la digestione. Da qui sono nate le prime restrizioni europee. Negli anni il tema si è progressivamente ampliato: da semplice questione legata all’avifauna acquatica, il dibattito è diventato un vero e proprio confronto ideologico sul futuro stesso dell’attività venatoria e del settore armiero europeo”.
“Secondo numerose associazioni venatorie, però, il problema sarebbe stato affrontato spesso in maniera generalizzata e senza distinguere adeguatamente territori, modalità di caccia, tipologie di armi e reale impatto ambientale. Al centro della vicenda vi è il regolamento europeo REACH (Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of Chemicals), ossia il sistema comunitario che disciplina registrazione, valutazione e restrizione delle sostanze chimiche nell’Unione Europea”.
“Attraverso il REACH, Bruxelles ha avviato negli ultimi anni una progressiva strategia di limitazione del piombo nelle munizioni. Il primo grande passo è arrivato con il divieto di utilizzo del piombo nelle zone umide e nelle aree circostanti entro 100 metri. Il regolamento europeo considera “zone umide” non soltanto laghi, paludi e aree Ramsar, ma anche aree temporaneamente allagate, stagni stagionali, acquitrini e specchi d’acqua artificiali. Una definizione estremamente ampia che, secondo il mondo venatorio, rischia di creare enormi problemi interpretativi e sanzionatori”.
“La stessa normativa europea prevede inoltre che il semplice trasporto di cartucce in piombo in prossimità delle zone umide possa essere considerato violazione, salvo prova contraria da parte del cacciatore. Negli ultimi mesi il tema è riesploso durante la discussione parlamentare sulla riforma della legge 157/92. Le Commissioni Agricoltura e Ambiente del Senato hanno infatti approvato un emendamento che modifica l’articolo 31 della legge sulla caccia, estendendo il divieto di utilizzo delle munizioni in piombo a tutte le zone umide, comprese quelle temporanee e non più soltanto Ramsar, SIC, ZPS, riserve e oasi protette”.
“Contestualmente, secondo quanto riportato dalle fonti di settore, viene eliminata la disposizione che escludeva dal divieto il semplice attraversamento di zone umide tramite strade statali, urbane o autostrade. La ratio dell’emendamento sarebbe legata anche alla procedura d’infrazione aperta dalla Commissione Europea nei confronti dell’Italia per il mancato pieno recepimento delle norme comunitarie sul piombo. Una scelta che ha però spiazzato parte dello stesso mondo venatorio, che inizialmente aveva visto nella riforma della 157/92 un tentativo di alleggerire alcuni vincoli storicamente contestati”.
“Non si può affrontare una questione così delicata con norme confuse e punitive”, afferma il Movimento Amici della Caccia di Reggio Calabria.
“Secondo il Movimento, il rischio concreto è quello di trasformare migliaia di cacciatori rispettosi delle regole in potenziali trasgressori a causa di definizioni troppo vaghe di “zona umida”, soprattutto nelle aree rurali e collinari dove pozzanghere, fossi stagionali o ristagni temporanei potrebbero rientrare nelle restrizioni.
Tra i punti maggiormente contestati vi sono:
- l’eccessiva genericità nella definizione delle aree vietate;
- il rischio di sanzioni anche per il semplice trasporto delle cartucce;
- l’assenza di una mappatura chiara e definitiva del territorio;
- i costi elevati delle munizioni alternative in acciaio, tungsteno o bismuto;
- la scarsa compatibilità delle munizioni steel con molti fucili tradizionali;
- il possibile danno economico per cacciatori, armieri e indotto venatorio.
Il Movimento Amici della Caccia chiede quindi al Governo:
- una moratoria applicativa prima dell’entrata in vigore definitiva;
- cartografie ufficiali univoche e facilmente consultabili;
- incentivi economici per la conversione alle munizioni alternative;
- deroghe per armi storiche o non compatibili con l’acciaio;
- maggiore coinvolgimento delle associazioni venatorie nei tavoli tecnici;
- studi scientifici indipendenti sull’effettivo impatto ambientale nelle diverse realtà territoriali italiane.
Difendere l’ambiente è giusto – conclude il Movimento – ma non si può farlo demonizzando il cacciatore moderno, che oggi rappresenta uno dei principali presìdi umani del territorio rurale e montano. Servono regole chiare, sostenibili e realmente applicabili, non norme che rischiano soltanto di alimentare caos interpretativo e contenziosi”.
