Trump, l’Europa e la guerra in Iran: il voltafaccia dell’UE e le possibili conseguenze

Se un domani dovessimo scoprire che le testate nucleari iraniane erano pronte a colpire, il "no" dell'Europa non sarà ricordato come un atto di pace, bensì come il tragico errore

“La guerra è sempre una sconfitta!”. A dirlo è stato Papa Francesco, e mai verità più vera ha trovato riscontro nella realtà. Tuttavia, nel dipanarsi dei secoli, spesso la guerra si è rivelata l’unica forza capace di estirpare mali peggiori. Perfino la teologia contempla la necessità della battaglia: la “Guerra in Cielo” descritta nell’Apocalisse non fu un atto di violenza gratuita, ma il conflitto cosmico necessario in cui le schiere dell’Arcangelo Michele affrontarono e sconfissero le potenze del Male per salvare il Creato. Oggi, questa tensione metafisica sembra riflettersi nella cronaca più cruda. Non si tratta di magnificare la figura di Donald Trump — che non è certo un esempio di diplomazia — né di legittimare la sua retorica social, dove spesso si autoritrae come il “Salvatore del Mondo”. Il punto focale è un altro: e se l’attacco all’Iran fosse davvero l’unico modo per giocare d’anticipo? Se un conflitto oggi servisse a scongiurare un’apocalisse nucleare domani, la storia potrebbe dar ragione a chi ha osato colpire. Forse, in futuro, ci troveremmo a parafrasare la celebre frase di Winston Churchill: “Mai così tanti dovettero così tanto a così pochi” diventerà: “Mai così tanti dovettero così tanto a un solo uomo”.

L’Europa ed il “distanziamento preventivo”

In questo scenario incandescente, l’Unione Europea assume il volto del “voltagabbana”. Pur facendo parte della NATO, Bruxelles sembra scegliere la via dell’astensione, negando agli Stati Uniti persino il supporto logistico minimo. È un silenzio assordante che potrebbe rivelarsi un boomerang. Se domani si scoprisse che l’Iran era davvero a un passo dall’ottenere l’arma atomica, come giustificherebbe l’Europa la propria inerzia? La memoria corre inevitabilmente al passato, a quando Andreotti e Craxi negarono agli americani l’uso della base di Sigonella; ricordiamo bene le scosse telluriche diplomatiche che seguirono quel gesto.

Il debito di libertà

Non possiamo permetterci il lusso dell’amnesia. L’Europa trascina con sé un debito inestinguibile verso gli Stati Uniti d’America: sono stati loro a sradicare il cancro del nazifascismo dalle nostre terre, restituendoci la libertà. Voltare le spalle oggi, mentre l’alleato si assume il fardello di un’azione preventiva contro una minaccia globale, non è solo un errore geopolitico: è un atto di ingratitudine storica.
La guerra resta una medicina amara, è indubbio. Ma se un domani dovessimo scoprire che le testate nucleari iraniane erano pronte a colpire, il “no” dell’Europa non sarà ricordato come un atto di pace, bensì come il tragico errore di chi ha preferito guardare altrove mentre il mondo rischiava di bruciare. A volte, la forza gioca d’anticipo sui disastri; e se serve a prevenire l’irreparabile, la storia darà ragione al coraggio di chi ha saputo decidere.