Donald Trump, nelle ultime settimane, sembra aver preso in seria considerazione un cambio di strategia legato alla guerra in Iran: non più una distruzione del regime, ma una sua riconfigurazione. Il modello sarebbe quello del Venezuela: togliere un leader ostile per piazzarne uno più filo-americano/occidentale, proprio come accaduto con l’arresto di Maduro e il dialogo con Rodriguez. C’è da chiedersi, dunque, chi è il Rodriguez dell’Iran? Nelle ultime ore, ha preso quota il nome di Masoud Pezeshkian, cardiochirurgo iraniano e presidente della Repubblica Islamica dell’Iran. Non è esattamente il volto del cambiamento, ma entra le parti valutano come e se puntare su di lui per arrivare a una tregua definitiva che si trasformi in pace.
Secondo quanto si legge su “Il Tempo”, a Tel Aviv lo avrebbero “già arruolato“. Il progetto, in ogni caso, non è semplice. Dietro la sua figura, formalmente riformista, si muove una linea diversa da quella dei Pasdaran e anche dal clero che si rifà a Mojtaba Khamenei, la nuova Guida Suprema mai vista né sentita dai fatti del 28 febbraio che portarono all’assassino del padre, Ali Khamenei. Una dissonanza che, lo scorso gennaio, secondo indiscrezioni, avrebbe portato Pezeshkian a presentare le proprie dimissioni, a quanto si legge, già con l’idea di poter gestire la transizione dell’Iran. Khamenei padre le avrebbe però respinte. E non per legittimarlo, bensì per non allontanarlo ulteriormente.
Con i Pasdaran è scontro aperto. Il presidente li avrebbe accusati di aver agito fuori da ogni ordinamento politico, di fatto, compromettendo ogni possibilità di negoziazione e trascinando il Paese verso “un’enorme catastrofe“. Alla fine, chi decide davvero la linea strategica dell’Iran? Alla figura di Pezeshkian va affiancata quella di Mohammad Bagher Ghalibaf, ex comandante dei Pasdaran e oggi presidente del Parlamento. Una sorta di legante tra militari e politica con un ruolo nei negoziati con gli USA. Non è un oppositore di Pezeshkian, ma nemmeno un suo alleato.
Secondo Iran International, testata iraniana avversa al regime e che opera dal Regno Unito, Pasdaran e Parlamento starebbero riallineando le leve del potere, con la presidenza che resta esposta. Ghalibaf mantiene un profilo operativo e non ideologico, ma ottiene autorevolezza spendibile in più scenari.
Fuori dall’Iran, invece, è Pezeshkian la figura considerata ideale per la transizione dell’Iran, anche solo come leader intermedio e non definitivo. Israele lo considera una figura in grado di indebolire il regime.
L’obiettivo non sarebbe più una sostituzione immediata ponendo Reza Pahlavi come leader, che viene osteggiato dalle minoranze etniche, ma la creazione di una frattura interna che generi un riequilibrio. Un processo che passerebbe attraverso l’inevitabile scontro tra le varie componenti del sistema: clero, pasdaran, blocchi laici. E con le minoranze già armate pronte a giocare un ruolo nella destabilizzazione controllata. Pezeshkian, non allineato con il resto delle componenti, sarebbe la figura ideale per ridisegnare l’equilibrio dell’Iran.
