Khamenei come Riina: l’ayatollah fantasma che guida il regime con i “pizzini”

Ferito, isolato e irraggiungibile, la Guida Suprema iraniana comunica con biglietti scritti a mano: un sistema che richiama i metodi della mafia e i "pizzini" di Totò Riina

Mojtaba Khamenei è una delle figure più enigmatiche dell’Iran. La nuova Guida Suprema non è mai apparsa in foto o in video, né si è mai fatta sentire dal momento della sua nomina, successiva alla morte del padre Alì Khamenei. La sua è una latitanza che ricorda, per certi versi, dinamiche mafiose simili a quelle di Salvatore “Totò” Riina, con una leadership occulta che guida un vero e proprio impero, una rete di comunicazioni indirette, messaggi scritti e un controllo mantenuto nonostante la distanza fisica.

Tre operazioni chirurgiche

Secondo quanto riportato dal New York Times, Khamenei ha subito tre interventi chirurgici a una gamba e potrebbe aver bisogno di una protesi. Sta inoltre guarendo da un intervento alla mano e presenta gravi ustioni al viso e alle labbra, condizioni che rendono difficile parlare e che richiederanno un ulteriore intervento di chirurgia plastica.

Nonostante le condizioni fisiche compromesse, la sua leadership non si è interrotta. Quattro alti funzionari iraniani riferiscono che Khamenei è mentalmente lucido e continua a essere attivo. Tuttavia, non ha registrato alcun messaggio video o audio, evitando così di mostrarsi vulnerabile o debole nel suo primo discorso pubblico.

I “pizzini” modello mafia

È proprio in questo silenzio comunicativo che emerge il parallelismo più evidente con la mafia. Come Riina durante la sua latitanza, Khamenei comunica attraverso messaggi scritti a mano, sigillati e recapitati tramite una catena umana di corrieri fidati. Un sistema che ricorda i “pizzini”, i biglietti criptici con cui il boss mafioso impartiva ordini senza esporsi.

Nel caso iraniano, secondo le fonti del New York Times, i messaggi indirizzati all’Ayatollah viaggiano lungo autostrade e strade secondarie, trasportati in auto e motociclette da una rete di intermediari, fino a raggiungere il suo nascondiglio. Allo stesso modo, anche le direttive del leader seguono il percorso inverso, passando di mano in mano, lontano da qualsiasi tracciabilità diretta.

Un sistema che non è solo misura di sicurezza, ma anche espressione di un modello di potere chiuso e verticale, dove l’accesso al leader è rigidamente controllato. I più alti comandanti delle Guardie Rivoluzionarie e i funzionari governativi evitano infatti di fargli visita, temendo che Israele possa rintracciarli e colpire il luogo in cui si trova.

In questo scenario, l’assistenza medica è affidata a figure selezionate: il presidente Masoud Pezeshkian, anche cardiochirurgo, e il ministro della Sanità si sono occupati direttamente delle sue cure.

L’isolamento fisico ha però conseguenze anche sul piano politico. Le difficoltà di raggiungerlo e la preoccupazione per la sua incolumità hanno portato Khamenei a delegare temporaneamente il processo decisionale ai generali. Un passaggio che rafforza ulteriormente il peso dell’apparato militare.

Analisti sottolineano come i legami personali tra Khamenei e i generali, consolidati fin da quando si arruolò volontario durante la guerra Iran-Iraq, abbiano reso questi ultimi la forza dominante. Allo stesso tempo, sia le fazioni riformiste sia quelle ultraconservatrici continuano a partecipare alle discussioni politiche. Il quadro che emerge è quello di un potere che, pur mantenendo formalmente la propria struttura, si regge oggi su dinamiche interne sempre più opache.