Reggio Calabria, la battaglia giudiziaria di un lavoratore portuale dopo il licenziamento

Dopo due esiti negativi, la Corte d’Appello di Reggio Calabria ribalta la decisione e dichiara illegittimo il licenziamento per violazione dei termini del CCNL. Una vittoria processuale segnata anche da una difficile vicenda personale dell’Avv. Sabina Pizzuto e dal lavoro condiviso con l’Avv. Carmine Pirrottina

“Un licenziamento di un lavoratore portuale, una battaglia che non si è fermata anche quando tutto sembrava doversi arrestare. Un lavoratore portuale per anni si è sentito dire che il suo licenziamento era legittimo. In primo grado, nella fase sommaria, nel giudizio di opposizione, il suo ricorso è stato respinto, come se quella rottura del rapporto di lavoro fosse definitiva, intoccabile, già scritta”. Lo afferma in una nota l’Avv. Sabina Pizzuto.

“Poi arriva l’appello, cambia la prospettiva, cambia la storia: la Corte d’Appello dichiara illegittimo quel licenziamento, riconoscendo che il datore di lavoro ha violato i termini fissati dal contratto collettivo per irrogare la sanzione disciplinare e che, dunque, quel recesso non poteva essere adottato in quel modo e in quel tempo. Questa vicenda processuale porta la mia firma, quella dell’Avv. Sabina Pizzuto, insieme a quella dell’Avv. Carmine Pirrottina, Abbiamo ripreso in mano un fascicolo segnato da esiti negativi e la Corte d’Appello di Reggio Calabria, nella sua ricostruzione, ritiene provato il fatto contestato, ma i motivi di reclamo raccontano bene la complessità di questa causa”.

“Non ci siamo limitati a discutere un dettaglio, ma abbiamo messo in discussione l’intero impianto: il modo in cui i fatti erano stati ricostruiti, la qualificazione giuridica della condotta, il rispetto dei termini procedurali previsti dal contratto collettivo, la proporzionalità tra addebito e sanzione, la scelta della tutela applicabile. Alla fine, la Corte, pur confermando la sussistenza del fatto, ha accolto il motivo che andava al cuore del procedimento disciplinare: il licenziamento era stato irrogato oltre il termine fissato dal CCNL, violando una scansione temporale che non è una mera formalità, ma una garanzia concreta per il lavoratore”.

“Da qui la dichiarazione di illegittimità del licenziamento e l’affermazione che il datore di lavoro ha agito fuori dai tempi che era tenuto a rispettare. Ed è qui che la legge Fornero mostra tutta la sua durezza. La violazione di un termine procedurale così chiaro, che un tempo avrebbe potuto spalancare la strada alla reintegra, oggi viene incasellata tra le violazioni “solo procedurali”, per le quali l’art. 18, comma 6, dello Statuto dei Lavoratori prevede soltanto una tutela risarcitoria: un’indennità economica, ma niente ritorno in azienda. La Corte applica questa disciplina e riconosce al lavoratore la sola tutela risarcitoria debole, dichiarando risolto il rapporto di lavoro dalla data del licenziamento”.

“Il risultato è amaro: il licenziamento è illegittimo, ma il lavoratore resta comunque fuori dal porto in cui ha lavorato per anni. Se non ci fosse stata la Fornero, con un vizio così marcato sul rispetto dei termini, lo spazio per una tutela piena, reintegratoria, sarebbe stato ben diverso. In un altro quadro normativo, questo lavoratore sarebbe con ogni probabilità rientrato al lavoro senza dover attraversare un percorso processuale tanto lungo e faticoso. Oggi, invece, la legge spezza il legame naturale tra illegittimità del licenziamento e ritorno in azienda, confinando la “giustizia” in un ristoro economico che non restituisce una banchina, una squadra, una quotidianità costruita in anni di servizio. Ma questa non è solo una vicenda di norme e sentenze: è, prima di tutto, una storia profondamente umana”.

“Nel momento più delicato del processo, proprio il giorno in cui scadeva il termine per proporre opposizione, ho vissuto un evento luttuoso improvviso e gravissimo, che mi ha costretta a sospendere ogni attività professionale. In quei giorni chiunque avrebbe avuto il diritto di fermarsi, di chiudere le carte e pensare solo al proprio dolore. Io ero il difensore nella fase sommaria: tra lo smarrimento, la necessità di reggere un colpo così grande, ho dovuto fare una scelta difficile ma necessaria per non lasciare solo il lavoratore”.

“Ho trasmesso tutto all’Avv. Carmine Pirrottina, che ha preso in carico la fase successiva, mentre io mi allontanavo, com’è naturale, da ogni attività di studio e di udienza. Con il tempo ho ripreso in mano la causa insieme a lui, abbiamo costruito l’appello, lo abbiamo seguito passo dopo passo fino alla sentenza. Quel dolore resta sullo sfondo di ogni pagina, ma non ha fermato la battaglia: l’ha resa ancora più densa di significato. Perché dietro questa decisione non ci sono solo norme e contratti, ci siamo noi, con le nostre ferite e la nostra determinazione a non lasciare che un lavoratore venga cancellato in silenzio. Alla fine, questa è una vittoria dal sapore complesso”.

“È la vittoria di un lavoratore che, dopo anni, si sente dire che il suo licenziamento era illegittimo. È la vittoria di una difesa che ha saputo ribaltare due esiti negativi e ottenere una sentenza che smaschera un uso scorretto del potere disciplinare. È, per me, anche una vittoria personale e umana: la prova che si può andare avanti anche quando tutto sembra doversi arrestare. E, nonostante i limiti di una legge che nega la reintegra, è la conferma che vale ancora la pena combattere, perché ogni passo avanti, ogni illegittimità riconosciuta, apre spazio a nuove possibilità di giustizia. Un grazie profondissimo all’Avv. Carmine Pirrottina, per essermi stato accanto in questo percorso, per aver condiviso il peso e il senso di questa causa, e per aver fatto sì che questa battaglia non si fermasse, neanche quando la vita sembrava chiedere il contrario”.