La polvere si sta depositando dopo una consultazione referendaria che ha visto gli italiani esprimersi su temi complessi riguardanti l’ordinamento della giustizia. Contro ogni previsione della vigilia, che paventava uno spettro di astensionismo di massa, l’affluenza alle urne è stata altissima, attestandosi al 59%. È la prima, innegabile verità di questo passaggio democratico: gli italiani non sono affatto indifferenti al destino del loro sistema giudiziario e alla partecipazione alla vita politica del Paese. E quando chiamati a decidere in modo diretto e comprensibile (al netto della tecnicalità dei quesiti), rispondono con una partecipazione di gran lunga superiore rispetto alle previsioni degli esperti sondaggisti.
Il verdetto finale è altrettanto netto: il No ha prevalso con il 53,3% dei voti, una cifra che si traduce in una forza soverchiante di 15 milioni di italiani. Il fronte del Sì, sostenuto dal governo di centrodestra, si è fermato al 46,7%, raccogliendo 13 milioni e 100 mila preferenze. Ci sono meno di due milioni di voti di differenza su 28 milioni di votanti, una cifra tanto netta per il risultato del referendum in sé quanto sottile se consideriamo la profonda divisione politica del Paese. A maggior ragione se confrontiamo questo dato con il consenso che ha portato il Centrodestra al governo, scopriamo che la coalizione che guida il Paese da oltre tre anni non ha perso neanche un voto bensì ha mantenuto tutto il proprio consenso.
Nel settembre 2022, infatti, quando Meloni vinceva le elezioni, aveva ottenuto 12 milioni e 300 mila voti con un’affluenza alle urne superiore a quella di oggi (allora fu del 63,9%). Meno voti di oggi, nonostante un’affluenza alle urne più alta. Alle più recenti elezioni europee di giugno 2024, il centrodestra raccoglieva 11 milioni di voti con un’affluenza alle urne notevolmente più bassa (del 48,3%). Questi dati confermano che il blocco di centrodestra rimane stabile, e il dato in percentuale cambia in base all’affluenza alle urne e ai voti dell’opposizione che, in questo caso, è riuscita a portare al voto elettori che nelle precedenti elezioni politiche ed europee si erano astenuti. La sconfitta del governo, quindi, non è dovuta a un tracollo del proprio elettorato, ma a una potente contromobilitazione di una sinistra che si è risvegliata contro la sua riforma.
La sconfitta senza scuse e l’ennesima smentita degli spettri di autoritarismi agitati dalle opposizioni
C’è una lezione di democrazia matura che emerge da queste urne e che dovrebbe, una volta per tutte, far svanire certe narrazioni tossiche che avvelenano il dibattito pubblico italiano ed europeo. La riforma della giustizia era il fiore all’occhiello del programma del governo Meloni, sostenuta in blocco dalle forze di maggioranza. Eppure, questo esecutivo che da molti osservatori e oppositori viene descritto con termini di autoritarismo latente o persino fascismo strisciante, oggi ha perso una consultazione popolare decisiva su uno dei suoi pilastri programmatici. E lo ha fatto riconoscendo la sconfitta con immediatezza e serenità.
È questa la normalità di una democrazia liberale e occidentale: chi governa propone, il popolo decide e, se il popolo boccia la proposta, chi governa accetta il responso e fa un passo indietro o ricalibra la sua azione. Chi agita lo spettro dell’autoritarismo, di che cosa sta parlando oggi? Quale dittatura o regime autoritario si sottoporrebbe mai volontariamente a una verifica popolare di tale portata per poi accettare pacificamente una sconfitta? La verità dei fatti, che piaccia o no, è che le istituzioni democratiche italiane godono di ottima salute, proprio perchè al governo c’è una coalizione che ha legittimo e pieno mandato popolare per giunta in coerenza con il principio dell’alternanza, indicatore della salute della democrazia (prima di Meloni, la sinistra ha governato l’Italia per 11 anni). Continuare a urlare “al lupo al lupo” sul pericolo fascista è non solo intellettualmente disonesto, ma anche dannoso per l’opposizione stessa, che perde credibilità concentrandosi su fantasmi anziché sulla sostanza politica. Avete mai visto un regime autoritario e fascista perdere le elezioni e accettarne il verdetto? E’ l’evidenza dei fatti contro le storielle della sinistra utili solo a condizionare analfabeti più o meno funzionali.
L’ombra della criminalizzazione e il paradosso del consenso oppositore
Un altro elemento che merita una stigmatizzazione ferma e un’analisi profonda riguarda la deriva retorica e morale impressa alla campagna dal principale sponsor della vittoria del No, il magistrato Nicola Gratteri. Le sue parole, secondo cui avrebbero votato No le “persone perbene” mentre per il Sì si sarebbero espressi “indagati e poteri deviati“, rappresentano uno dei punti più bassi e pericolosi toccati dal dibattito pubblico negli ultimi anni. È una semplificazione manichea che non solo offende l’intelligenza di 12 milioni e 350 mila cittadini italiani, ma che mina alla base la convivenza civile e il rispetto democratico dell’opinione altrui. Circostanza gravissima se arriva a maggior ragione da un così importante magistrato.
Pensare e persino affermare che un terzo del corpo elettorale italiano sia composto da indagati o conniventi con poteri oscuri è un atto di superbia intellettuale e cecità politica. Questo atteggiamento rivela una concezione della giustizia e della magistratura non come servitori della legge e della verità, ma come una casta morale superiore autorizzata a giudicare e criminalizzare chiunque osi dissentire dalle loro posizioni. È un monito potente su quanto profonda sia la faglia tra una certa idea di potere giudiziario e una larga parte della cittadinanza che chiede riforme e garanzie. Un’anomalia che vediamo in modo clamoroso dai festeggiamenti dei magistrati della corrente di sinistra per eccellenza, che a Napoli hanno intonato Bella Ciao e scandito cori contro Giorgia Meloni e un collega magistrato che sosteneva la riforma. E’ qualcosa di normale, in un Paese democratico e civile? Dopotutto, la giustizia in Italia non funziona come nei Paesi democratici e civili e con il verdetto referendario di oggi rimarrà tale.
Le due Italie: la spaccatura geografica come lente d’ingrandimento
Infine, non si può ignorare il dato forse più eclatante e inquietante di questa consultazione: la drammatica spaccatura geografica del voto. L’Italia non è una, ma due, e la linea di confine è tracciata in modo netto dalla geografia economica e sociale. Nel Nord, l’area ricca, evoluta e produttiva del Paese, il Sì alla riforma della giustizia ha prevalso quasi ovunque con l’affluenza più alta: 64% in Veneto e Lombardia. Il Nord ha votato in massa YES a riforme che percepisce come necessarie per la modernizzazione del sistema e la tutela delle imprese e dei cittadini: il Sì ha raggiunto il 62% a Verona, il 60% a Treviso e Rovigo, 59% a Brescia, Vicenza, Cremona e Bergamo, il 57% a Udine, Como, Lodi, Pavia e Pordenone, il 56% a Padova, Piacenza e Varese, al 54% a Venezia, Monza e Mantova, al 53% a Novara, Asti, Alessandria e Cuneo, avanti al 50,5% persino a Ferrara. È il voto dell’Italia che produce e chiede un sistema-Paese efficiente e garantista.
All’opposto, nel Sud sottosviluppato e arretrato, il No ha ottenuto vittorie schiaccianti e plebiscitarie nelle sue principali città, toccando picchi del 75% a Napoli e del 69% a Palermo. Eppure, questa vittoria apparentemente trionfale nasconde un dato drammatico: molta gente al Sud non è andata a votare. L’affluenza alle urne in Campania è stata del 50%, in Calabria del 48%, e addirittura del 46% in Sicilia, oltre 10 punti percentuali al di sotto della media nazionale. È il voto dell’Italia che aspetta, che spera in un cambiamento che non arriva mai, e che esprime una sfiducia cronica non solo nel sistema-giustizia, ma nello Stato stesso.
Ancora più paradossale, ricollegandosi alle parole di Gratteri, che nelle Regioni di mafia, ‘ndrangheta e camorra abbia stravinto il No…
In conclusione, questo referendum consegna all’Italia un risultato storico e una serie di interrogativi profondi. Ha confutato narrazioni pericolose, ha svelato una spaccatura geografica che ha radici culturali e segue di volta in volta i target del primo storico Referendum, quello tra Repubblica e Monarchia, e che si rispecchia in tutti gli indicatori di vivibilità e qualità della vita del nostro Paese. L’alta affluenza alle urne e la reazione di stile del Governo che ha serenamente accettato la sconfitta con enorme rispetto al sacro verdetto elettorale dimostrano – qualora ce ne fosse ancora bisogno – che la democrazia italiana è viva e vegeta. In barba a chi agita quotidianamente spettri catastrofici utili solo a speculare per suggestionare le menti più fragili e raccogliere qualche voto in più.
