Sono passati tanti anni, è vero. Ma per fortuna quel che è stato, la storia, non si può cancellare: rimane impressa, scritta, scolpita nel marmo per sempre. Chi oggi difende a spada tratta Ballarino, trova anche il coraggio di criticare l’unico personaggio che gli ha fatto vedere il calcio vero: Lillo Foti. Una vera e propria era, vincente. E parlano i fatti. Quella Reggina stava simpatica a tutti, era la bella favola del Sud, in alcune stagioni anche l’unica da Roma in giù, che vinceva il titolo di Curva migliore d’Italia, che batteva le grandi con il Granillo pieno, che faceva emozionare e che ancora oggi fa parlare per quella splendida salvezza con ben 11 punti di penalizzazione. Quella era anche la Reggina che si sedeva al tavolo delle grandi, che veniva rispettata dalle grandi, che aveva un peso e una credibilità. E non era un caso. Era frutto dei risultati, delle competenze, delle scelte coraggiose, dei rapporti.
Oggi la Reggina viene sbeffeggiata persino dall’Igea Virtus. Il suo Presidente onorario, Immacolato Bonina, ne ha approfittato per lanciare l’ennesima stoccata di queste settimane nei confronti degli amaranto. Tutto lecito, sia chiaro, dal punto di vista di chi ha conquistato meritatamente la posizione che occupa sul campo, al netto del -5 rifilato in settimana. E quindi nulla contro la piazza, protagonista di questo campionato, vittoriosa all’andata al Granillo e sconfitta solo una volta in casa in stagione, proprio come la Reggina… (sigh!). Che la società dello Stretto venga sbeffeggiata dalla squadra di una città di 40 mila abitanti (praticamente un quarto di Reggio), club di provincia contro cui allora – ai tempi della Reggina di cui sopra – giocava le amichevoli estive, beh, è troppo. E fa riflettere. A maggio scorso, al termine del campionato, a prendersi gioco di Ballarino fu il Siracusa. E di episodi simili, in questi due anni e mezzo, ce ne sono stati.
Volete sapere una cosa? Neanche questo accade per caso. Solo gli sciocchi si stupirebbero di quella che è la naturale conseguenza di comportamenti, risultati, credibilità, dichiarazioni, fatti. Non era un caso allora, negli anni d’oro, proprio per via di questi fattori. Reggio Calabria sognava, sì, ma era anche ambiziosa. Perché era stata elevata a un livello talmente alto che ci aveva creduto: Reggio Calabria aveva dimostrato di stare al tavolo delle grandi, e non per una stagione casuale e isolata. Tutto quello era frutto di un percorso costruito con passione e competenza, un cambio di mentalità che aveva portato i tifosi, allora, addirittura a pretendere la Coppa Uefa, dopo anni a lottare per la salvezza.
Ecco, ora è tutto l’opposto. Anche le prese in giro di oggi, le provocazioni e le stoccate, nei confronti della Reggina, sono frutto di un percorso – all’inverso – costruito senza passione e senza competenze (oltreché risorse): non ci sono i risultati, non ci sono i fatti, non ci sono le mosse giuste e coraggiose. C’è solo ricerca di alibi, continue divisioni alimentate per via di dichiarazioni e gaffe. Tradotto: mediocrità. E così, quella Reggina che all’epoca sognava e si spingeva sempre più in alto, sempre più su, ambiziosa come non mai, oggi si è abbassata alla mediocrità, a pensare che la Serie D sia la giusta dimensione, che perdere a Lamezia sia normale, che pareggiare col Savoia sia scontato, che sul non acciuffare il primo posto in tre anni di Serie D si possa anche soprassedere. Come ti sei ridotta, povera Reggina mia…
