Un poliziotto di Messina finisce al centro di un’inchiesta che sta scuotendo Milano e l’intero Paese: Carmelo Cinturrino, assistente capo della Polizia di Stato, è stato fermato con l’accusa di omicidio volontario per l’uccisione di Abderrahim Mansouri, 28 anni, avvenuta il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo durante un controllo antidroga. Nel corso della giornata, l’uomo è stato definito “un delinquente” anche dal capo della Polizia Vittorio Pisani, mentre la Questura ha rivendicato la capacità di reagire alle “mele marce” grazie agli “anticorpi” interni.
A dare un peso particolare alla vicenda, per il nostro territorio, c’è anche la voce del questore di Milano, Bruno Megale, reggino, intervenuto davanti ai giornalisti dopo il fermo: un passaggio che parla direttamente alle comunità dello Stretto, chiamate a seguire un caso in cui Calabria e Sicilia tornano sullo sfondo di una delle più delicate pagine di cronaca giudiziaria dell’anno.
Le indagini sull’omicidio di Rogoredo
Il fermo è stato disposto dalla Procura di Milano ed eseguito dalla Polizia di Stato: Cinturrino, 42 anni, in servizio al Commissariato Mecenate, è ritenuto “gravemente indiziato” dell’omicidio volontario di Mansouri. Il provvedimento si fonda su testimonianze, interrogatori, analisi di telecamere e dispositivi telefonici, oltre ad accertamenti tecnico-scientifici e medico-legali.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la vittima, al momento dello sparo, “non impugnava alcuna arma, che è stata portata e posta accanto al corpo in una fase successiva”. Un passaggio che ribalta la prima versione fornita dall’agente, incentrata sulla legittima difesa.
L’arma e il Dna: solo tracce dell’agente sulla pistola
Uno degli elementi più rilevanti dell’inchiesta riguarda la replica della pistola trovata accanto al corpo. Dalle analisi della Polizia Scientifica non sarebbero emerse tracce genetiche della vittima, ma solo quelle dell’assistente capo.
Negli atti si sostiene che Mansouri “non ha mai impugnato la pistola” mentre l’indagato l’avrebbe maneggiata lasciando tracce biologiche in più punti dell’arma. Un dettaglio centrale in un’indagine per omicidio volontario, perché rafforza l’ipotesi che la scena sia stata modificata dopo lo sparo.
Il testimone oculare e la dinamica dello sparo
Un testimone oculare ha dichiarato che Mansouri “non sarebbe stato armato e che avrebbe avuto in una mano un telefono e, nell’altra, una pietra”. Sempre secondo questa ricostruzione, il 28enne “sarebbe stato attinto mentre stava per scappare” e, dopo il colpo, “sarebbe caduto frontalmente”.
La dinamica descritta contrasterebbe con la versione iniziale della legittima difesa. Le risultanze medico-legali avrebbero confermato che la vittima si stava girando verso l’area boschiva per cercare riparo quando è stata colpita alla testa.
Il ritardo nei soccorsi e la presunta alterazione della scena
Altro punto chiave riguarda il ritardo nell’allertare i soccorsi. Secondo la Procura, sarebbero trascorsi oltre venti minuti prima della chiamata alla centrale operativa. In questo arco di tempo, un collega ha raccontato che Cinturrino avrebbe ordinato di andare in commissariato a prendere una borsa, dalla quale sarebbe stato prelevato “un oggetto nero” prima di tornare verso il corpo.
Solo successivamente sarebbe stata notata la pistola accanto alla mano destra della vittima. Anche altri due agenti avrebbero riferito di non aver visto alcuna arma in un primo momento.
Il possibile movente e i rapporti precedenti
Gli inquirenti stanno approfondendo anche il possibile movente, ricostruendo i rapporti tra l’agente e la vittima. Da alcune testimonianze emergerebbe che Mansouri avrebbe avuto timore del poliziotto e che avrebbe valutato l’ipotesi di denunciarlo per presunte richieste di denaro e droga.
Parallelamente è stato aperto un fascicolo su un presunto falso arresto risalente al 2024 e si stanno analizzando le disponibilità economiche dell’assistente capo, oltre ai contenuti dei telefoni per verificare eventuali contatti tra i due.
Le paure dei colleghi e il rischio di reiterazione
Nella richiesta di custodia cautelare in carcere, la Procura ha evidenziato non solo il pericolo di fuga, ma anche il rischio di reiterazione del reato e di inquinamento probatorio.
Uno dei colleghi ha dichiarato: “Ho avuto questo pensiero – ha detto l’agente interrogato – Cinturrino è una persona pericolosa. E’ una persona che incute timore, è rude”. L’agente ha raccontato di aver temuto, mentre correva verso l’uscita del bosco su ordine dell’indagato, che potesse addirittura sparargli.
Il questore reggino Bruno Megale: “abbiamo dimostrato di avere gli anticorpi”
Dopo il fermo del poliziotto di Messina, è intervenuto in conferenza stampa il questore di Milano Bruno Megale, originario di Reggio Calabria, sottolineando la reazione dell’istituzione.
“Abbiamo dimostrato di avere gli anticorpi di fronte a vicende di questo genere. Questo anche per i cittadini che è nostro compito tutelare”.
Megale ha poi aggiunto: “Noi – ha detto ancora il questore di Milano Bruno Megale – siamo in grado di contrastare le mele marce che stanno al nostro interno. Abbiamo gli anticorpi per far fronte a questo tipo di problematiche che emergono e che purtroppo possono emergere nel corso delle attività”. E ancora: “Faremo anche delle riflessioni di carattere più generale, abbiamo già avviato anche un’attività ispettiva, per vedere se ci sono stati degli errori commessi in passato e cercare di rimediare a questo tipo di errori”.
Per un giornale che racconta i fatti tra Messina e Reggio Calabria, la presa di posizione di un questore reggino alla guida della Questura di Milano assume un significato particolare in una vicenda che coinvolge direttamente un poliziotto messinese.
L’ammissione in carcere e l’interrogatorio davanti al gip
Nel pomeriggio, durante un colloquio con il suo legale, Cinturrino avrebbe ammesso: “Ho messo la pistola vicino a Mansouri perché temevo le conseguenze di quello che era accaduto”. E ancora: “Ho detto al mio collega di andare a pigliare lo zaino”. Ha inoltre dichiarato di essersi accorto solo mentre sparava che “quello che aveva in mano la vittima era un sasso”.
Ora sarà il gip a decidere sulla convalida del fermo e sulla richiesta di carcere avanzata dalla Procura di Milano.
Il caso Rogoredo, con al centro un poliziotto di Messina accusato di omicidio volontario e le parole nette del questore reggino Bruno Megale, continua a scuotere l’opinione pubblica tra le due sponde dello Stretto, in attesa dei prossimi sviluppi giudiziari.
