In Italia ci sono quasi 100 mila poliziotti. Giurano, tutti. Sono persone serie, padri di famiglia. Sono sicurezza e protezione. Uno di loro, oggi, è finito – giustamente – nel ciclone per aver ucciso un uomo. Una vigliaccata, una schifezza. Non solo per l’episodio in sé, ma anche per la gestione dello stesso: ha modificato le tracce, ha cercato di depistarle, ha preso in giro prima di tutto la divisa che indossa. E quei colleghi che, come lui, tutti i giorni indossano la divisa con orgoglio e a testa alta. No, Carmelo Cinturrino non è un poliziotto. Non era un poliziotto, anzi, perché – appunto – sicuramente oggi non lo è più. Perché chi commette un crimine del genere non può essere definito poliziotto. Sarebbe da ridurre a semplice travestito, come tutti coloro che in questi giorni di Carnevale hanno indossato le finte divise delle forze dell’ordine.
Carmelo Cinturrino non è un poliziotto. E, anche se poi sulla carta – purtroppo – lo era, non può rovinare la reputazione di quei 100 mila che rappresentano una sicurezza, una garanzia, una protezione, per tutti coloro che giornalmente si trovano costretti a chiedere aiuto, anche per le piccole cose. Non si può, per un episodio del genere, condannare tutte le altre decine di migliaia. Non si può calpestare l’orgoglio di una divisa sinonimo di coraggio, orgoglio, dignità, senso del dovere. Lui, Cinturrino, l’ha calpestata, ma nessuno può permettersi di giudicare e generalizzare.
Oggi, più che mai, c’è da stare col poliziotto, quello vero, quello preso a calci e pugni al corteo Askatasuna a Torino, quello che ogni giorno rischia la vita per uno stipendio ben più basso di quanto meriterebbe, quello che quotidianamente si trova a dover affrontare sfide pericolose. L’azione di uno non scalfisce tutto il resto, non può farlo, neanche di fronte a chi ha già azionato la macchina politica e mediatica sfruttando questo episodio per buttarla in caciara, in polemica, per attaccare il Governo e utilizzare lo strumento in chiave referendaria. Quella è malafede, la stessa di Cinturrino, in fondo…
