“La sanità oggi non è in crisi per mancanza di leggi. È in crisi perché è stata colonizzata dalla politica, trasformata in un sistema di raccomandazioni, accordi sottobanco e gestione clientelare, dove il merito è diventato un fastidio e la competenza un ostacolo. Non è più accettabile far finta di nulla. La politica si è insinuata nella sanità fino a confonderne i ruoli, decidendo incarichi, posizioni, funzioni e carriere non sulla base dei titoli, dell’esperienza o delle capacità, ma su logiche di appartenenza. E, fatto ancora più grave, una parte del mondo sindacale ha accettato questo gioco, svendendo la tutela dei professionisti in cambio di piccoli equilibri di potere”. E’ quanto afferma il Dott. Andrea Marino, Segretario Provinciale COINA Reggio Calabria – Professioni sanitarie, Infermiere Professionista legale e forense.
“Sistema che produce inefficienza”
“Questa non è sanità. Questo è un sistema che produce inefficienza, disuguaglianze e danni diretti ai cittadini. La sanità deve essere governata da chi la conosce, non da chi la usa. Deve essere affidata a professionisti che: hanno studiato, hanno titoli, hanno esperienza reale sul campo, hanno lavorato hanno dimostrato valore nel tempo. Perché la sanità è una sola. Non esiste una sanità pubblica e una privata contrapposte: esiste una sanità , che deve avere un unico obiettivo non negoziabile: il benessere del paziente. Mettere da parte professionisti con esperienza, solo perché non allineati o non “sponsorizzati”, è un atto di violenza istituzionale contro il sistema sanitario stesso”, rimarca Marino.
“Anziani e i fragili pagano il prezzo più alto”
“Nel frattempo, i cittadini – soprattutto gli anziani e i fragili – pagano il prezzo più alto. Anziani e fragili costretti a spostarsi da un territorio all’altro per una semplice visita, senza che nessuno si renda conto della gravità di queste scelte. Mandare un paziente fragileo anziano lontano o a decine di chilometri di distanza non è riorganizzazione, è assenza totale di cognizione sanitaria. Le Case di Comunità, così come sono state concepite, sono spesso scatole vuote: lontane dai reali bisogni, prive di integrazione con il medico curante, senza una vera rete infermieristica territoriale. Eppure gli infermieri e professionisti di comunità esistono La gestione dei codici bianchi e verdi con competenza e collaborazione multiprofessionale. Oggi invece regna la confusione, l’improvvisazione, la mancanza di professionalità organizzativa. Questa situazione ha dei responsabili”, evidenzia Marino.
“Non è colpa degli operatori che lavorano in condizioni impossibili. È responsabilità di chi governa il sistema sanitario senza conoscerlo, di chi nomina dirigenti per appartenenza e non per capacità, di chi firma decisioni senza mai entrare nei reparti o nei territori. La sanità non può essere: un serbatoio di posti, un campo di trattativa politica, un terreno di scambio tra sigle e correnti. La salute non dovrebbe essere materia di potere o di spartizione, ma di diritto universale. Nel contesto degli ospedali pubblici calabresi, accanto alle difficoltà strutturali (carenti risorse, personale e servizi), emergono ombre e pressioni che vanno oltre la semplice inefficienza e raccontano un sistema dove potere politico, interessi privati, politiche clientelari e conflitti di interesse finiscono per condizionare decisioni che dovrebbero essere guidate solo dal bisogno di salute dei cittadini La sanità è un diritto costituzionale”, spiega Marino.
“E come tale deve essere protetta dal merito, dalla competenza e dall’etica professionale, non piegata a logiche di potere. Come rappresentante sindacale e come infermiere professionista, affermo con chiarezza che finché la politica e correnti continuerà a gestire la sanità , il sistema continuerà a fallire. Rimettere al centro i professionisti non è una scelta ideologica. È l’unica via per salvare la sanità pubblica e territoriale“, sottolinea Marino..
Un pensiero sull’assistente infermiere
“La figura dell’assistente infermiere nasce con l’intento dichiarato di rafforzare l’assistenza, alleggerire i carichi di lavoro e migliorare la continuità delle cure. Sulla carta, un supporto utile. Nella realtà, però, il rischio è che diventi il simbolo di una sanità che cerca scorciatoie invece di soluzioni strutturali”, sottolinea Marino. L’assistente infermiere si inserisce in un sistema già fragile, dove spesso mancano infermieri, medici e organizzazione. In questo contesto, la nuova figura può essere percepita non come valorizzazione del lavoro di cura, ma come risposta economica a un problema di carenza, con il pericolo di creare confusione di ruoli, sovrapposizioni e tensioni professionali. Il nodo centrale non è la persona, ma il sistema Chi svolge il ruolo di assistente infermiere non è il problema: sono lavoratori che cercano dignità, stabilità e riconoscimento. Il vero problema nasce quando: si affida a questa figura compiti che richiederebbero competenze infermieristiche; si usa la sua presenza per giustificare il mancato investimento sugli infermieri; si scaricano responsabilità senza un chiaro riconoscimento giuridico e professionale. In questo modo, si rischia di mettere in difficoltà tutti: l’assistente, l’infermiere e soprattutto il paziente”, prosegue Marino.
Merito, formazione e responsabilità
“La qualità dell’assistenza non può prescindere da: formazione chiara e rigorosa; confini professionali definiti; valorizzazione del merito, non dell’emergenza o della convenienza. Quando le scelte sono guidate più dal contenimento dei costi che dalla qualità delle cure, la sanità perde la sua anima e diventa gestione numerica, non presa in carico della persona”, aggiunge Marino.
Riflessione
“L’assistente infermiere può avere senso solo se inserito in un sistema forte, dove l’infermiere è centrale, valorizzato e numericamente adeguato. Diversamente, rischia di essere l’ennesima toppa su una ferita aperta, con conseguenze sulla sicurezza, sull’etica professionale e sulla dignità del lavoro sanitario. La sanità ha bisogno di scelte coraggiose e oneste, non di figure intermedie usate per mascherare carenze croniche. Perché la cura non è un atto delegabile al ribasso, ma una responsabilità che richiede competenza, rispetto e visione”, spiega Marino.
“Un pensiero su infermieri e medici: fulcro e pilastro del cambiamento sanitario”
Infermieri e medici non sono semplicemente “risorse umane” della sanità: sono il cuore pulsante del sistema, il punto in cui la cura diventa relazione, responsabilità e scelta etica. Ogni riforma che non parte da loro è destinata a rimanere incompleta, se non fallimentare. Negli ospedali e nei territori, soprattutto in contesti fragili, sono spesso loro a tenere in piedi la sanità pubblica nonostante carenze strutturali, pressioni organizzative e interferenze esterne. Continuare a considerarli solo come esecutori, anziché come protagonisti del cambiamento, significa svuotare la sanità della sua forza più autentica.
“Infermieri e medici come pilastri, non come ingranaggi”
“La sanità funziona quando chi cura può: decidere secondo scienza, coscienza ed esperienza; lavorare in équipe vere, non gerarchiche per potere ma integrate per competenze; essere messo nelle condizioni di pensare, proporre, migliorare, non solo di “reggere i turni”. Infermieri e medici sono i primi osservatori delle criticità reali: sanno dove il sistema si inceppa, dove si spreca, dove si rischia. Escluderli dalle scelte strategiche significa rinunciare alla conoscenza più preziosa“, afferma Marino.
“Cosa andrebbe fatto davvero per valorizzarli”
“Restituire centralità al merito e alle competenze. Le carriere devono basarsi su capacità cliniche, esperienza sul campo, formazione continua e leadership etica, non su logiche di appartenenza o convenienza. La valorizzazione passa da concorsi trasparenti, progressioni chiare e ruoli definiti. Investire sul tempo di cura, non solo sui numeri. Ridurre carichi di lavoro insostenibili, turni massacranti e burocrazia inutile significa restituire tempo al paziente e dignità al professionista. La qualità non nasce dalla fretta, ma dall’attenzione. Rafforzare il ruolo decisionale dei professionisti. Medici e infermieri devono essere parte attiva nella programmazione sanitaria, nell’organizzazione dei reparti e nella definizione dei modelli assistenziali. Chi cura non può essere escluso dalle decisioni che riguardano la cura. Valorizzare l’infermiere come professionista autonomo. L’infermiere non è un supporto del medico, ma un professionista con competenze proprie, responsabilità e visione assistenziale. Rafforzarne l’autonomia, la formazione specialistica e il riconoscimento economico significa migliorare l’intero sistema. Proteggere chi lavora dalla pressione del potere e dalle lobby. Una sanità sana tutela l’indipendenza clinica. Le scelte terapeutiche e organizzative devono essere libere da condizionamenti politici, economici o di carriera. Senza questa libertà, la cura diventa compromesso”, sottolinea Marino.
“Una sanità che vuole davvero cambiare deve smettere di cercare soluzioni tampone e ripartire dalle persone che curano. Infermieri e medici non chiedono privilegi, ma: rispetto, ascolto, condizioni di lavoro dignitose, possibilità di crescere e incidere. Metterli al centro non è una scelta corporativa, ma una scelta di civiltà. Perché dove infermieri e medici sono valorizzati, la sanità regge; dove vengono compressi, la sanità crolla. Il vero cambiamento non nasce da nuove sigle o riforme calate dall’alto, ma da una visione chiara: chi cura deve essere il pilastro su cui costruire il futuro della sanità pubblica”, conclude Marino.
