“Uno Stato che valuta i propri territori esclusivamente attraverso parametri di produttività economica non esercita una funzione di governo, ma di selezione. È una distinzione sostanziale, non semantica. Governare significa tenere insieme; selezionare significa scegliere cosa salvare e cosa lasciare indietro. È questa, oggi, la linea di faglia che attraversa le politiche territoriali nel Mezzogiorno e, in particolare, nelle aree interne”. E’ quanto afferma Enzo Cuzzola, già assessore del Comune di Reggio Calabria e di Messina. “I dati sullo spopolamento elaborati da SVIMEZ su base ISTAT descrivono una dinamica strutturale e non più reversibile con interventi ordinari. La perdita di popolazione, soprattutto giovane e in età attiva, non è una conseguenza accidentale della crisi economica, ma l’esito cumulativo di scelte pubbliche che hanno progressivamente subordinato la presenza dello Stato a criteri di efficienza numerica, densità e rendimento immediato“, rimarca Cuzzola.
“In questo quadro, l’errore di fondo è l’applicazione indistinta di parametri aziendalistici a territori che, per caratteristiche geografiche e demografiche, non possono competere sul terreno delle economie di scala. Scuole, presìdi sanitari, trasporti locali e servizi pubblici essenziali vengono valutati prevalentemente in base al rapporto costi-utenza, producendo un effetto perverso: la riduzione dei servizi accelera lo spopolamento, che a sua volta giustifica ulteriori riduzioni. Una spirale che non produce risparmio, ma sposta semplicemente i costi nel tempo, aggravandoli. Per questi territori il criterio di valutazione non può essere la produttività, ma la tenuta generale del sistema Paese. La presenza dello Stato non è una variabile dipendente dal numero di residenti, bensì una condizione di presidio istituzionale, sociale e ambientale. Aree interne abbandonate significano dissesto idrogeologico, aumento dei costi sanitari futuri, concentrazione urbana insostenibile, perdita di coesione e crescita delle disuguaglianze territoriali”, evidenzia Cuzzola.
“Non si vive di sola produttività”
“Vi è poi un ulteriore rischio, meno discusso ma altrettanto rilevante: la riduzione del Paese a una monocultura della produttività. Un’Italia che accetta come inevitabile la concentrazione della popolazione e delle funzioni in poche aree “vincenti” rinuncia alla propria diversità territoriale, che non è un residuo folkloristico, ma un fattore di resilienza economica e sociale. Non si vive di sola produttività: si vive anche di equilibrio, pluralità di modelli di vita, sostenibilità ambientale e qualità delle relazioni comunitarie”, puntualizza Cuzzola.
Forze politiche
“Da qui discende una responsabilità politica chiara. Le forze politiche, tutte, sono chiamate a riconoscere che i servizi essenziali devono tornare a essere strumenti di riequilibrio territoriale e non semplici variabili di bilancio. Questo implica scelte normative esplicite: livelli essenziali di servizio effettivamente garantiti nei territori fragili, clausole che impediscano l’arretramento automatico dello Stato, programmazioni pluriennali vincolanti e verificabili”, spiega Cuzzola.
“Il ruolo dello Stato”
“Non si tratta di opporsi al mercato, ma di ristabilire il ruolo proprio dello Stato: compensare, presidiare, garantire diritti. In assenza di questo cambio di paradigma, lo spopolamento non sarà un destino naturale, ma l’esito prevedibile di una rinuncia politica. E un Paese che rinuncia a intere parti del proprio territorio rinuncia, inevitabilmente, a una parte della propria stabilità futura”, conclude Cuzzola.
