In maniera altisonante, con i versi di Montale come si addice ad un uomo che da sempre coltiva il vezzo delle lettere, Giuseppe Falcomatà lascia infine dopo oltre un decennio il suo scranno a palazzo San Giorgio. Di lui si può dire senza molto sbagliare che prese in mano una città morente e la abbandona del tutto cadaverica. Non era facile scendere gli ultimi gradini che ancora le mancavano per raggiungere l’ultimo posto della nazione come qualità della vita, visto che molte amministrazioni del meridione da anni sembravano contendersi il mesto titolo; ma Falcomatà e la sua giunta hanno dimostrato che quando si persegue una cosa con volontà e costanza non c’è obiettivo che non si possa raggiungere.
Noi contestiamo diversi parametri con cui queste classifiche vengono formulate, ma basta fare una passeggiata in centro (per non dire delle periferie) tra marciapiedi divelti, cataste di immondizia, buche stradali segnalate alla bell’e meglio, cani randagi e via dicendo per capire che è un paesaggio urbano più da Nord Africa che da Unione Europea.
Tasse
Tutti servizi, naturalmente, per ottenere i quali i reggini sono vessati con tasse tra le più alte della nazione, che fanno tremare le gambe quando un portalettere sembra avvicinarsi alla porta di casa. (Eppure, e sia detto come suo grande merito che gli riconosciamo, questa amministrazione era riuscita a ripianare la voragine amministrativa che aveva ereditato, ma nessuno se ne è accorto proprio perché le tasse comunali non sono minimamente calate e ogni reggino continua a essere martirizzato con tasse abnormi per servizi scadenti).
Non si senta la destra del tutto immune da critiche
Ma non si senta la destra del tutto immune da critiche. Se un sindaco come Falcomatà è potuto nonostante tutto durare così a lungo invece di dedicarsi con tutto comodo ai suoi placidi otia letterari ha anch’essa delle grandi responsabilità. Si potrebbe dire, per certi versi, che è anche un prodotto suo. All’inizio, appunto, perché se la popolazione lo plebiscitò attaccandosi al suo cognome che evocava amabili ricordi e invitanti speranze, si trovava davanti a un mare di macerie. E poi, quando si rese conto dopo il primo mandato che quel cognome era solo un flatus vocis e una grossa fetta dell’elettorato lo aveva abbandonato, non seppe opporgli un candidato all’altezza. E insomma alla fine la città si tenne nonostante tutto quello che gli sembrava il più presentabile.
Eternità politica
Adesso sono trascorsi undici anni: un’eternità in politica. Al genitore ne erano bastati meno per stravolgere il volto di una città e risolvere situazioni incancrenite da decenni di mala politica, qui invece i problemi che erano lì all’inizio sono ancora sul tavolo. Il lido è ancora fermo, sempre più cadente anno dopo anno in attesa della prossima estate che qui sembra sempre arrivare di sorpresa, il tapis roulant attende ancora il completamento dell’ultimo tratto e funziona quando funziona, il museo del mare si sta finalmente costruendo, ma sarebbe dovuto essere pronto da anni e anni, e la lista potrebbe essere ancora lunga. Più qualche infortunio doncamillesco come un ponticello di pochi metri che non si riesce a mettere in funzione da anni tra le risate generali, o la squadra di calcio “sponsorizzata” dall’amministrazione (non ce ne vogliano) che non riesce a vincere un campionato dilettantesco.
E, a parte quello che non si è riuscito a completare, è in corso l’idea aberrante, dapprima rimproverata all’opposizione, di vendere qualche gioiello di famiglia come il Miramare, per cui non si è mai riusciti a mettere in piedi non diciamo un progetto di alta levatura, ma neanche un’idea decente. Insomma, tutto è in cantiere e tutto prima o poi prederà forma, ma per undici anni, a parte l’inaugurazione meritoria di qualche piazza, a Reggio non è cambiato nulla.
Adesso Falcomatà ha scelto di abbandonare tutto in anticipo per non lasciarsi scappare l’autobus del consiglio regionale. All’inizio aveva anche accarezzato l’idea di essere lo sfidante principale, e sulla carta i titoli li aveva anche, visto che era il sindaco riconfermato della principale metropoli. Ma la politica più che i titoli valuta il peso, e non sappiamo come potrà difendere Reggio dopo che, distribuite le varie mansioni, gli hanno fatto capire che il suo peso nell’emiciclo sarà praticamente irrilevante. A noi in città resta un vuoto da riempire dopo un lungo periodo di assopimento. Al di là degli schieramenti politici ed ideologici speriamo solo che per una volta i reggini si trovino di fronte persone capaci che sappiano fare ottimamente (a Reggio non basta essere semplicemente bravi) il loro mestiere per tirare fuori Reggio, che è nonostante tutto una delle grandi capitali del Sud, da questo pantano, e non siano costrette a votare semplicemente il meno peggio.
I cognomi da solo non bastano
Falcomatà padre aveva a suo tempo dimostrato che, con una buona amministrazione, si possono fare grandi cose; il figlio ha fatto capire invece che i (cog)nomi da soli non bastano. Però, prima di andare via lascia una speranza su cui lavorare: quando sei arrivato all’ultimo posto in classifica difficilmente troverai chi tenta di contenderti la posizione e quindi, male che vai, non puoi peggiorare. Puoi solo migliorare. E (purtroppo) non è una battuta.
