La frana che ha colpito Niscemi è stata al centro di un approfondito dibattito nella trasmissione Zapping su Rai Radio 1, condotta da Giancarlo Loquenzi. Al confronto hanno partecipato Peppe Caridi, direttore di StrettoWeb, Gianluca Valensise dell’INGV e Giovanni Di Martino, ex sindaco della città siciliana. Un dialogo che ha messo in luce come l’evento non rappresenti un episodio isolato, ma l’ennesima conferma di una fragilità territoriale conosciuta da secoli.
Ad aprire l’analisi è stato Peppe Caridi, chiamato a offrire una lettura geologica degli ultimi avvenimenti. “Il precedente del 12 ottobre 1997, di 29 anni fa, è ormai sulla bocca di tutti – ha spiegato – anche perché inizialmente si era parlato di un fenomeno senza precedenti. In realtà si tratta di un episodio relativamente recente. Ma purtroppo esiste un antecedente ancora più antico e significativo, risalente al 19 marzo 1790: oltre due secoli fa, nello stesso quartiere, nella stessa zona e nella stessa città“.
Un richiamo storico che, secondo Caridi, assume un valore fondamentale: “È un precedente importante, perché ci aiuta a comprendere meglio ciò che accade oggi e a individuare, attraverso la memoria del territorio, possibili soluzioni ai problemi che emergono davanti a eventi di questa portata“.
Caridi ha ricordato come le immagini della frana del 1997 siano sorprendentemente simili a quelle attuali: “le cronache dell’archeologo Saverio Landolina Nava attraverso un reportage e la sua descrizione sembrano descrivere ciò che vediamo in questi giorni. Quando le ho viste mi sembrava di guardare ciò che sta accadendo in questi giorni. Anche allora fu un evento importante, ma non ebbe la stessa risonanza per l’assenza di social, smartphone o droni. Figuriamoci quello del 1790. Leggendo le cronache di Nava riusciamo a rivedere quello che sta succedendo oggi immaginandolo a 236 anni fa. Parliamo dello stesso quartiere, della stessa zona di questa città, di Niscemi, che probabilmente non doveva essere costruita su quell’altopiano”.
Poi l’affondo sulle scelte urbanistiche: “Niscemi non doveva essere costruita lì. Non è colpa di chi vive oggi a Niscemi, ci sono tantissime altre località in passato sono state spostate dopo grandi frane, terremoti, smottamenti, alluvioni, non c’è da sorprendersi tanto. Con i tempi della scienza, della geologia, questo è uno dei tanti eventi penso a Roghudi, Pentidattilo in provincia di Reggio Calabria, Gibellina e Poggio Reale in Sicilia dopo il terremoto del Belice, Acquedolci che fu spostata San Fratello ad Acquedolci sui Nebrodi dopo una grande frana. La differenza, in questo caso, riguarda la natura del fenomeno: non è una frana meteorologica, non è un’alluvione come quelle a cui siamo abituati. In questo caso la frana è molto estesa, è di natura geologica, è uno scivolamento di questo altopiano verso la Piana di Gela che dura secoli, che prescinde dai fenomeni meteorologici ed è un fenomeno che si ripeterà anche in futuro”.
L’intervento di Valensise e dell’ex sindaco
A sottolineare la complessità del quadro è intervenuto Gianluca Valensise dell’INGV: “anche fra le frane, come diceva Peppe Caridi, ci sono differenze importanti, perché sono tutti casi diversi”. Valensise ha poi allargato il discorso alla fragilità strutturale del Paese: “l’Italia è un Paese giovane che subisce un forte sollevamento. Negli ultimi milioni di anni quasi tutta la penisola si è sollevata di 500-1000 metri, a seconda delle zone, soprattutto al Centro-Sud. Vengono portate ad alte quote, in particolare in Calabria, rocce molto giovani e poco resistenti all’erosione. Questo è anche alla base della produzione di terremoti e vulcanismo. Il nostro è un Paese giovane“.
Più politico e territoriale l’intervento di Giovanni Di Martino, ex sindaco di Niscemi, che ha ricordato come il rischio fosse noto da tempo: “tutti sapevano, anche se non in queste dimensioni, che in una zona così a rischio la frana si sarebbe ripresentata, dopo alcune avvisaglie nel 2018 e nel 2019. Noi avevamo denunciato questo pericolo, ci eravamo mossi“. Di Martino ha posto una domanda radicale sul futuro della città: “si deve costruire un’altra Niscemi? Bisogna parlare di rinaturalizzazione del territorio. Niscemi ha un patrimonio immobiliare sproporzionato rispetto al fabbisogno“.
Nel suo secondo intervento Peppe Caridi ha invitato a non cercare i colpevoli: “credo che oggi non sia la priorità individuare i colpevoli del passato. Mi viene tenerezza quando sento parlare di messa in sicurezza: quella frana non si può fermare. Quell’altopiano continuerà a scivolare verso valle, è un fenomeno geologico che non potremo mai arrestare. In alcuni posti non possiamo vivere, e questo non vale solo per Niscemi. In tanti luoghi e in tante città abbiamo costruito negli alvei, intubato torrenti, c’è il caso di Genova colpita negli ultimi anni da tante alluvioni, ma tutto dipende dalla gestione del suolo, e poi i cambiamenti climatici diventano l’alibi perfetto“.
Il conduttore, evidenziando come la frana di Niscemi non sia legata al cambiamento climatico, ha però incalzato Caridi sul Ciclone Harry: “quello si che dipende dal cambiamento climatico. Onde così alte si erano mai verificate?” Caridi ha risposto: “l’onda record di 16,6 metri misurata tra Malta e Portopalo durante il ciclone Harry è la più alta mai registrata nella storia del Mediterraneo, ma i rilevamenti delle boe ondametriche sono iniziati nel 1989 quindi la serie storica è troppo breve per fare considerazioni climatiche. Chissà quante onde analoghe o maggiori abbiamo avuto nei secoli precedenti. Anche sul ciclone Harry abbiamo trovato un precedente simile nel 1933. Legare il meteo al clima è sbagliato: il cambiamento climatico si misura su lunghi periodi, secoli, a scala globale. Non c’è un legame diretto con un evento meteorologico che succede in un luogo preciso e dura giorni o ore“.
Sul tema delle risorse economiche Valensise ha espresso scetticismo sull’ipotesi di spostare i fondi del Ponte sullo Stretto: “non mi convince. Serve piuttosto un soggetto che possa gestire questi finanziamenti, sia per l’emergenza di oggi sia per i tanti problemi simili sparsi in tutto il Paese“. A chiudere il confronto è stato ancora Di Martino: “condivido il problema della mancata prevenzione, che riguarda anche altri settori. A Niscemi qualcosa cambierà: l’ultimo evento non può essere dimenticato“. Un dibattito che ha restituito un quadro chiaro e preoccupante: la frana di Niscemi non è un’eccezione, ma l’ennesimo segnale di un territorio fragile, dove storia, geologia e scelte urbanistiche si intrecciano, imponendo una riflessione profonda su come – e soprattutto dove – sia possibile continuare a vivere.
