Il Ciclone Harry non c’entra con il cambiamento climatico: scienza e storia silenziano i catastrofisti del clima

Il Ciclone Harry e il vergognoso sciacallaggio dei catastrofisti del clima. Lo insegna la storia, lo spiega la scienza: ecco perchè quanto accaduto fra Calabria e Sicilia è slegato dal cambiamento climatico

Il peggio è ormai passato. Il Ciclone Harry, che nei giorni scorsi si è abbattuto sul Sud Italia, flagellando Calabria, Sicilia (e anche Sardegna), ha lentamente abbandonato le nostre coste, lasciando dietro di sé una scia di danni e macerie per la quale il governo nazionale e le istituzioni locali dovranno lavorare in sinergia e in modo celere affinchè da un lato si possa ritornare alla vita di tutti i giorni; dall’altro si possa essere pronti nell’eventualità di un nuovo fenomeno di tale (o maggiore) portata in futuro.

Come spesso accade durante eventi di tale portata, ai danni provocati dal fenomeno atmosferico si aggiunge lo sciacallaggio… climatico. Pseudoambientalisti della politica, scienziati dei social, meteorologi da smartphone sono pronti a dire la loro verità, la loro versione dei fatti, tirando in ballo il cambiamento climatico e relativi catastrofismi. Cambiamento climatico che con il Ciclone Harry non c’entra nulla: lo spiega la scienza, lo racconta la storia.

Perchè la scienza smonta “l’unicità” del Ciclone Harry

Mentre le popolazioni del Sud Italia erano alle prese con mareggiate imponenti e piogge torrenziali, al calduccio dei salotti social e tv, si è aperta la puntuale narrazione apocalittica che con la scienza c’entra davvero poco. È da analfabeti funzionali legare un fenomeno di 72 ore a trend climatici secolari. Soprattutto, se lo si fa ignorando la storia del Mediterraneo che è piena di eventi di pari (o superiore) portata e violenza.

E già, perchè il “non è mai accaduto prima” è valido solo finchè non si ha reale contezza di quanto è davvero “accaduto prima“. Fa comodo alla sinistra pseudoambientalista avere la memoria corta (ammesso che non ignorino direttamente la storia), far finta che ‘eccezionale’ coincida con storicamente ‘unico’.

I dati pluviometrici e mareografici non si basano sulle emozioni suscitate da immagini e video social. Una rigorosa analisi scientifica sul passato del Mediterraneo evidenzia come in tale area si siano verificati, anche in passato, dinamiche cicloniche di incredibile potenza, ben prima che il cambiamento climatico piombasse nel dibattito pubblico e venisse strumentalizzato per ragioni politiche.

Il tempo di ritorno

Per studiare a fondo la natura del Ciclone Harry serve introdurre il concetto di tempo di ritorno, pilastro di ogni scienza, ma che sembra essere ignorato dagli sciacalli del clima. Un evento estremo ha una probabilità bassa di accadere in un dato intervallo di tempo, ma tale probabilità non è mai nulla. Se il Ciclone Harry ha un tempo di ritorno di 80 o 100 anni, significa che accadrà nuovamente in tale lasso di tempo, casistica perfettamente prevista dai modelli statistici della variabilità naturale.

Harry non è ‘fuori dalla norma’, è semplicemente ‘nella norma’ su una scala temporale più ampia. Se torniamo indietro al 1933, troviamo prove di una mareggiata nel Mar Ionio che, in termini di intensità e capacità distruttiva, fu equivalente o addirittura a quella di questi giorni.

Anche nel 1933 era pieno inverno (febbraio), dato che smentisce le tesi dei catastrofisti secondo cui questi eventi sarebbero tipici dell’autunno e si stiano verificando ‘fuori stagione’, proprio a causa del cambiamento climatico. Approfondiremo più avanti.

Quando è ‘meteo’ e quando è ‘clima’: la confusione della politica

Il principale problema antiscientifico della narrazione dei ‘fan’ del cambiamento climatico, riguarda l’incoerenza metodologica dei suoi sostenitori. Quando si verifica un’ondata di gelo, c’è una fetta particolare di politici ed ‘esperti’ che sostiene (giustamente, in questo caso) che tale fenomeno non riguardi il riscaldamento globale, poiché il meteo puntuale (in un preciso luogo, in un preciso momento) non va confuso con il trend climatico di lungo periodo. Questa è una verità scientifica.

Allo stesso tempo, quando la temperatura sale o un ciclone colpisce le coste, il ‘meteo’ diventa ‘clima’ per fini di pura speculazione politica e la sopracitata verità scientifica, che andrebbe parallelamente applicata, va a farsi benedire sull’altare del cambiamento climatico.

Per farla breve: il Ciclone Harry, essendo un evento meteorologico circoscritto nel tempo e nello spazio, non è una prova scientifica di un trend climatico globale, proprio come una straordinaria ondata di freddo in aprile non aprirà le porte a una nuova era glaciale.

L’onda da ‘record storico’, ma in una storia di appena 37 anni

Nel pomeriggio di martedì 20 gennaio 2026 è stata rilevata un’onda record alta 16.66 metri nel Canale di Sicilia, tra Portopalo di Capo Passero e l’isola di Malta. Il dato, catturato, da una boa della Rete Ondametrica Nazionale (RON) dell’ISPRA, super il record strumentale europeo di 14.2 metri registrato nel 2020 in Spagna, durante la tempesta Gloria.

La misurazione di un’onda di 16,66 metri si riferisce all’altezza massima (Hmax), ovvero la distanza verticale tra la cresta più alta e il cavo più profondo registrata durante il periodo di campionamento. Tale valore è stato reso possibile dalla precisione dei sensori inerziali installati sulle boe moderne, capaci di campionare i movimenti della superficie marina con frequenze elevatissime e di trasmettere i dati in tempo reale via satellite.

La raccolta sistematica di dati ondametrici nel Mediterraneo ha avuto inizio sul finire degli anni Ottanta. Prima dell’introduzione della Rete Ondametrica Nazionale (RON) nel 1989, la conoscenza delle tempeste marine si basava prevalentemente su osservazioni visive effettuate dai naviganti o su ricostruzioni modellistiche basate sulla pressione atmosferica.

Tali stime difettano in precisione rispetto alla scienza moderna e sottostimavano picchi massimi o riportavano dati distorti in base alla personale e soggettiva percezione dell’osservatore. Conoscere con certezza le altezze delle onde dei secoli passati risulta complicato a causa del fatto che il moto ondoso non lascia tracce fisiche permanenti, a differenza di alluvioni o eruzioni vulcaniche. Determinare con certezza un’onda avvenuta secoli fa risulta impossibile per la paleoclimatologia.

Dunque, il record di 16.6 metri osservato lo scorso 20 gennaio, è sì il valore più alto misurato nella storia, ma in una storia lunga appena 37 anni, da quando si è potuto raccogliere tali dati con precisione. Restano fuori da tale ‘storia’ secoli e secoli di fenomeni meteorologici dei quali non abbiamo dati precisi.

Nella cronaca storica troviamo parecchi resoconti relativi a tempeste che hanno generato, con ogni probabilità, muri d’acqua uguali o superiori ai record moderni. Il Mediterraneo è stato sempre capace di produrre fenomenologie violente, soprattutto in inverno.

L’apparente aumento della frequenza di tali fenomeni e il superamento di tali “record” deriva, in larga parte, da bias di osservazione: oggi monitoriamo ogni metro quadrato di mare con satelliti, radar e boe intelligenti catturando picchi che un tempo passavano inosservati o venivano tramandati solo come leggende di mare dai pochi sopravvissuti.

La fisica delle onde segue leggi di probabilità che prevedono eventi estremi come parte integrante della variabilità naturale. L’altezza d’onda massima (Hmax) è una variabile statistica all’interno di uno stato del mare e, come accaduto per le condizioni verificatesi con il Ciclone Harry, il raggiungimento di tali vette rientra nei modelli di calcolo dell’energia potenziale accumulata.

L’allarmismo apocalittico dei catastrofisti del clima è, quindi, ingiustificato. Il cambiamento climatico si misura nel corso di decenni su scala planetaria, non concentrandosi su un fenomeno giornaliero in una specifica località in Sicilia. Il mare ha sempre avuto questa potenza, indipendentemente dalla nostra capacità di quantificarla attraverso nuovi metodi scientifici.

La grande mareggiata del febbraio 1933: “antenata” del Ciclone Harry

Come abbiamo accennato, già nel 1933 si è verificato un fenomeno di una portata pari o superiore a quanto accaduto nei giorni nostri. Serve fare un viaggio a ritroso di quasi un secolo nella memoria storica per comprendere in maniera migliore (più scientifica e meno emozionale) i fenomeni moderni.

La Grande Mareggiata del 1933 si verificò a causa di una configurazione barica eccezionale che si stabilizzò tra il 19 e il 21 febbraio sul Mediterraneo. Una profonda depressione ciclonica, nata tra Nord Africa e Canale di Sicilia, risalì verso nord-est, richiamando venti di grande violenza dai quadranti orientali. Una tempesta di “Greco-Levante” con un fetch (spazio di mare aperto su cui soffia il vento senza ostacoli) estremamente ampio.

Le masse d’aria, percorrendo centinaia di chilometri sopra lo Ionio, accumularono un’energia cinetica formidabile, trasferendola al mare sotto forma di onde lunghe e altissime. Secondo i dati di osservazione del Regio Servizio Idrografico dell’epoca, i valori della pressione atmosferica erano molto bassi, mentre i venti superarono i 100 km/h: ne derivarono onde alte 8-10 metri al momento dell’impatto sulla costa.

Lo scenario descritto ricorda molto quanto successo sulle coste del Sud Italia nei giorni scorsi, quasi 100 anni dopo, sempre in pieno inverno: altro che cambiamento climatico dei giorni nostri!

La violenta portata di tale evento cataclismatico ridisegnò la fisionomia di intere province di Sicilia, Puglia e delle coste della Calabria. In un’epoca in cui l’allerta meteorologica si basava su osservazioni empiriche e telegrafiche, in cui le difese costiere erano inesistenti, la “Grande Mareggiata” ebbe un effetto devastante su popolazioni, infrastrutture e città.

I danni sulle coste della Calabria Jonica

La Calabria subì danni incalcolabili. Intere spiagge vennero spazzate via sulla costa reggina e locrese, il mare arrivò per decine di metri dentro i centri abitati. A Roccella Jonica, Siderno e Caulonia crollarono le prime abitazioni vicine alla costa e le infrastrutture portuali dell’epoca. La linea ferroviaria Jonica venne spezzata in più punti.

La situazione in Sicilia e i parallelismi odierni

La Sicilia non se la passò meglio. La mareggiata colpì con ferocia il litorale ionico sulle zone di Riposto, Giardini Naxos e l’intera costa catanese. A Catania, il mare invase la zona del porto e della Plaia, sommergendo le strutture balneari e minacciando i quartieri bassi della città. La stazione ferroviaria di Taormina-Giardini fu invasa dall’acqua e dal fango tagliando i collegamenti con Messina: 100 anni fa, proprio come oggi, venne bloccata la line ferroviaria jonica! Ed esattamente come oggi, le cronache dell’epoca parlavano di onde enormi, in grado di scavalcare le mura di protezione delle città messinesi trascinando con sé barche, reti da pesca e arredi urbani. L’erosione fu così profonda che in alcuni tratti la linea di costa arretrò di oltre venti metri in sole quarantotto ore.

I documenti del regime fascista e la storia tramandata oralmente

Nonostante il regime fascista tendesse a minimizzare le catastrofi per ragioni di propaganda, la gravità dell’evento non potè essere nascosta. I telegrammi inviati dai Prefetti al Ministero dell’Interno parlavano di “catastrofe immane” e richiedevano l’invio urgente di reparti del Genio Militare per ripristinare i collegamenti ferroviari e telegrafici. Foto dell’epoca mostrano ufficiali in divisa e operai che spalano tonnellate di sabbia e detriti dalle strade dei comuni costieri.

Di grande importanza anche la memoria tramandata oralmente dagli anziani, dai pescatori, dai sopravvissuti. Si narra di un mare che “urlava come una bestia ferita“. Si racconta di episodi di commovente solidarietà per salvare vite in bilico, sotto le macerie. Il cielo era descritto tendente al violaceo, l’odore di alghe e decomposizione rimase nell’aria per settimane. Il ‘mito’ della mareggiata del 1933 fu uno spartiacque nella storia delle comunità locali.

Lo sciacallaggio dei politici pseudoambientalisti

Chiudiamo la nostra lunga analisi con un danno collaterale del Ciclone Harry, quello relativo allo sciacallaggio che politici e sedicenti esperti mettono sistematicamente in atto quando si verificano situazioni del genere.

Il Maltempo che in queste ore sta colpendo duramente Sicilia, Sardegna e Calabria non è un evento isolato né imprevedibile, ma l’ennesima emergenza che mette in ginocchio territori già fragili, con danni ingenti a infrastrutture, abitazioni, attività produttive e servizi essenziali. Di fronte a piogge torrenziali, allagamenti, frane e mareggiate, non bastano dichiarazioni di circostanza: è indispensabile che il governo riconosca immediatamente lo stato di emergenza nazionale e stanzi risorse adeguate per le prime necessità, la messa in sicurezza dei territori e i ristori a famiglie e imprese colpite. Ogni ritardo rischia di aggravare ulteriormente una situazione già drammatica.

È ora di smontare definitivamente la falsa narrazione della destra, che per anni ha negato o minimizzato il cambiamento climatico, per poi tagliare risorse alla prevenzione, alla manutenzione del territorio e alla protezione civile.

Il surplus termico del Mediterraneo, ampiamente documentato dalla comunità scientifica, è uno dei fattori principali all’origine di questi eventi estremi sempre più frequenti e violenti. Continuare a ignorare questa realtà significa condannare intere regioni a vivere in un’emergenza permanente. Servono scelte nette, investimenti strutturali e una strategia seria di adattamento climatico: tutto il resto è propaganda”.

Queste dichiarazioni appartengono a Marco Simiani, deputato del PD, e sono l’esempio perfetto del termine “sciacallaggio climatico”, una vergognosa strumentalizzazione priva di fondamenti scientifici.

Affermare che ogni perturbazione che colpisce il Mezzogiorno sia dovuta al cambiamento climatico è una dimostrazione di ignoranza in materia perchè confonde meteo con clima. La meteorologia è la scienza che si occupa di studiare eventi a breve termine, come le piogge in Sicilia o le mareggiate in Calabria, fenomeni che secolari nell’autunno del Mediterraneo.

Il clima, invece, ha a che fare con medie statistiche su periodi di almeno 30 anni. Un evento locale e temporaneo non può essere collegato al cambiamento climatico, se non per mera speculazione politica.

Il “surplus termico del Mediterraneo” è diventato un parafulmine dell’incapacità amministrativa. È vero che le temperature marine possono oscillare, ma attribuire ogni evento estremo a questo fattore è una semplificazione che la scienza rifiuta. Per altro, le temperature delle acque del Mediterraneo, in queste settimane, erano inferiori alle medie stagionali.

Gridare all’apocalisse climatica imminente ogni volta che piove più forte della norma, equivale a distorcere i fatti e generare allarmismo: la storia dell’Italia è ricca di alluvioni, cicloni, mareggiate e siccità. Parlare di emergenza legata al cambiamento climatico è solo un alibi per chi non ha investito nella manutenzione ordinaria e che ora se la prende con un nemico invisibile e incorporeo, minimizzando le proprie mancanze e responsabilità.

Una chiosa finale la merita l’accusa di “negazionismo”, che è un po’ l’accusa di “fascismo” (fanno anche rima) relativa all’ambito climatico e viene rivolta a chiunque chieda razionalità sull’argomento. La scienza è ricca di tesi da verificare, dubbi da risolvere, esperimenti per confermare o confutare tesi. Non si può etichettare come “propaganda” la richiesta di una gestione pragmatica del territorio, libera da isterie climatiche.

Bonelli e il Ponte sullo Stretto

In un solo giorno il ciclone Harry ha provocato danni per un miliardo di euro in Sicilia e Calabria. Stiamo assistendo a una tropicalizzazione del meteo del Sud del nostro Paese, e non solo, con effetti devastanti su persone, immobili, infrastrutture e, di conseguenza, sulla nostra economia. Di fronte a questa devastazione, la destra a trazione trumpiana che governa l’Italia, da Meloni a Salvini, ha sabotato tutte le politiche di contrasto ai cambiamenti climatici: dallo stop al Green Deal, alla legge europea sul ripristino della natura, fino all’ostilità verso le energie rinnovabili.

Il Governo, invece di mettere in sicurezza il territorio dagli eventi meteo estremi – che, come indicano tutti i report scientifici, saranno sempre più frequenti – e dal rischio idrogeologico, pensa di investire 14 miliardi di euro per il ponte sullo Stretto di Messina. Il Governo faccia l’unica cosa utile per il Paese: non segua Trump nelle sue follie contro le politiche climatiche e utilizzi i fondi del ponte per mettere in sicurezza l’Italia“.

Questa è, invece, la nota di Angelo Bonelli, deputato AVS e co-portavoce di Europa Verde. Anche qui si sguazza nel populismo climatico. Affermare che il verificarsi del Ciclone Harry sia colpa delle politiche ambientali del governo Meloni è un’assurdità politica, ma anche una palese falsità che offende la climatologia.

Anche Bonelli mischia meteo e clima a suo piacimento, e lo fa per incolpare un governo in carica da 2 anni, terrorizzando l’opinione pubblica. Bonelli parla di “tropicalizzazione” decontestualizzando il termine. Il Mediterraneo ha una storia documentata di cicloni extratropicali e “Medicanes” che risale a secoli prima dell’industrializzazione, anche più violenti di Harry.

Presentare il ciclone Harry come un’anomalia mai vista, figlia esclusivamente delle mancate firme sui decreti del Green Deal, è scientificamente insostenibile. Collegare i danni infrastrutturali al “sabotaggio” delle politiche climatiche europee è un falso logico di proporzioni macroscopiche. Anche se l’Europa azzerasse le proprie emissioni domani mattina, l’inerzia del sistema climatico globale non impedirebbe il verificarsi di eventi estremi nel breve periodo.

I danni in Sicilia e Calabria derivano da decenni di mancata manutenzione del territorio, incoscienza edilizia e fragilità idrogeologica spesso alimentate dalle amministrazioni locali che oggi sposano la retorica “green”.

Fa sorridere, inoltre, vedere tirato in ballo il Ponte sullo Stretto (che neanche esiste) come causa della mancata messa in sicurezza dei territori, un esercizio di demonizzazione dell’opera, sfruttando la sofferenza della popolazione colpita dal maltempo, che non offre alcuna soluzione reale ai problemi. Bonelli tira in mezzo Trump, manipola la scienza mescolando un evento meteorologico con una tendenza climatica trentennale. E lo fa con disonesta intellettuale.

Serve riconoscere, una volta per tutte, che il clima cambia da sempre e lo farà ancora; che Calabria, Sicilia e Sardegna soffrono di una fragilità idrogeologica intrinseca e di cattiva politica che le rendono vulnerabili, non c’entra il surplus termico. Nascondersi dietro una bugia green e stabilire il destino dell’umanità in base al bollettino meteo è da seguaci di Greta Thunberg, da Gretini.