Trump, il limite del proprio potere ed il problema strategico

Continuo a pensare che il sistema di valori di quella civiltà sia ancora il nostro a prescindere dal fatto che il presidente Donald Trump stia cercando di imporre gli Stati Uniti al mondo e, allo stesso tempo, di inimicarselo tutto

Dopo Trump vi sarà più un presidente degli Stati Uniti che possa dire, con affetto, con forza e con orgoglio, “ich been ein Berliner” o, dall’altro lato, ci sarà più un europeo che possa dire, con affetto, dolore e orgoglio, “siamo tutti americani” come quando molti di noi lo gridarono dopo l’11 settembre? Io spero di sì perché continuo a pensare che la civiltà americana possa resistere alle onde sismiche scatenate da un sottosuolo sconquassato e deformato (stavo per dire ‘degenerato’) da una forza brutale e cieca. Continuo a pensare che il sistema di valori di quella civiltà sia ancora il nostro a prescindere dal fatto che il presidente Donald Trump stia cercando di imporre gli Stati Uniti al mondo e, allo stesso tempo, di inimicarselo tutto.

Mito americano

Rispondendo a una domanda sui limiti del proprio potere, il presidente americano ha affermato di riconoscere come unici argini la propria moralità e il proprio intelletto, sostenendo di non avere bisogno del diritto internazionale (né della Costituzione?). Il mito americano sta così facendo posto nei nostri cuori e menti all’angoscia che la ventata di folle egoismo sta sollevando ovunque. Gli orfani del comunismo sovietico gioiscono nel vedere crescere questa ondata di orfani dell’America e tentano di metterli nello stesso orfanatrofio in cui sono essi. No; non è possibile accomunare il crollo di due miti così diversi.

Groenlandia

La realtà che abbiamo davanti non può non preoccupaci: l’affare della Groenlandia sta per farci credere che la fame di territori possa prendere anche gli Stati Uniti che, finora, ne sono stati almeno parzialmente immuni: è vero che il loro sviluppo territoriale (Louisiana, Alaska) fu fatto anche a suon di dollari ma, allora, erano i legittimi proprietari a volersene disfare. Però, per tutto il secolo lungo del colonialismo europeo, gli Stati Uniti si tennero alla larga dall’occupazione di territori anzi osteggiarono questa politica e furono i veri demolitori del colonialismo.

Debolezza della difesa Occidentale

Trump e i suoi strateghi hanno giustamente rilevato quanto sia debole la difesa Occidentale nei mari dell’Artico e come i sottomarini russi siano in grado di partire dal Mare di Barents e arrivare a costeggiare la Groenlandia, a poca distanza dagli Usa. Da qualche anno, Putin fa tutto questo con l’appoggio cinese. Trump si è convinto che occorra una reazione decisa e non intende delegare questo compito agli alleati occidentali.

Per questo motivo, oggi il ministro degli esteri danese è costretto a difendere la sovranità danese sull’isola artica a dover dire: “Per noi idee che non rispettino l’integrità territoriale del Regno di Danimarca e il diritto all’autodeterminazione del popolo groenlandese sono, ovviamente, del tutto inaccettabili. Permane quindi un disaccordo fondamentale, ma abbiamo concordato di essere in disaccordo e continueremo comunque a dialogare”.

Basterà il dialogo a far desistere Trump – non dico gli americani – dall’intenzione di risolvere il problema con “le buone o con le cattive”? Chi mai avrebbe pensato che questo potesse essere il linguaggio del dialogo tra alleati? Allora ci sarebbe da temere che, con ‘le buone o con le cattive’, gli Stati Uniti possano voler prendere e, quindi, prendano, che so, la Sicilia perché gli serve per le loro basi militari.

Problema strategico

Che vi sia un problema geostrategico di difesa e controllo della Groenlandia non v’è alcun dubbio e certamente non ci rassicura la dichiarazione del ministro degli esteri danese, Rasmussen, secondo il quale negli ultimi dieci anni non si è vista una nave cinese nell’Artico: non ci rassicura per il fatto che i danesi non l’hanno vista semplicemente perché non hanno guardato. Ma, altrettanto certamente, possiamo dire che la ‘confisca’ del territorio di un alleato non è il modo migliore per provvedere ai bisogni strategici non solo degli Stati Uniti ma dell’Alleanza di cui essi sono la parte più importante.

Gli Stati Uniti hanno finora sopportato il maggior peso dell’alleanza  atlantica

Gli Stati Uniti hanno finora sopportato il maggior peso dell’alleanza  atlantica e, per varie ragioni tutte fondate, da tempo (almeno dai tempi di Reagan) premono sugli alleati europei per ottenere un contributo politico, militare e finanziario adeguato e perché si ripensi a una divisione del lavoro tra i membri dell’alleanza. Gli europei hanno finora fatto orecchi da mercante o, addirittura, cercato una loro ‘terza via’ ma questo non giustificherebbe in alcun modo la rottura dell’alleanza. L‘Europa o, per meglio dire, le nazioni europee, da sempre in lotta tra loro per uno straccio di egemonia, devono rendersi conto che l’Occidente oggi è sull’orlo del disfacimento a meno che non si trovi un accordo sincero e praticabile per trovare un nuovo ruolo alla NATO nel mantenimento dell’equilibrio mondiale.

Questa è un’esigenza non solo della ‘debole’ Europa ma anche degli Stati Uniti e bisogna che venga compresa anzitutto dalla Francia  perché, ancora qualche giorno fa, l’ex Presidente Holland predicava il solito verbo da grande potenza dicendo che “molti Paesi europei non riescono a rassegnarsi a questo distacco [dagli Stati Uniti] o addirittura a una possibile rottura. Devono aprire gli occhi. Dobbiamo garantire autonomamente la sicurezza del continente. È forse più facile per la Francia, che ha capacità militari significative e dispone della forza di deterrenza, e più complicato per la Germania, la Polonia, i Paesi Bassi o l’Italia, che vedevano nella protezione americana un vero ombrello protettore. Capisco che sia una lacerazione, e molti sperano ancora che il divorzio non venga ufficializzato. È come nelle coppie. Si cerca di prolungare quella fase in cui si sta ancora insieme, pur essendo già lontani”.

Questa di Holland (e di Macron) non sarebbe una prospettiva di sicurezza oltre che di unità politica: per fare dell’Europa una potenza non basterà la ‘force de frappe’ francese né riarmarsi di missili e cannoni; l’arma che ci mancherà ancora per molto tempo è quella più importante: è il governo federale, con la sua Costituzione, con un popolo europeo che dovrebbe sapere e volere usare i missili e i cannoni quando, Dio non voglia, ci fosse la necessità di usarli.

Oggi però sembra che gli attuali governanti americani stiano rischiando di dare ragione a tali farneticazioni e di ripetere l’errore degli isolazionisti del secolo scorso: quando gli Stati Uniti si sono disinteressati dell’Europa hanno permesso prima alla Germania imperiale e poi alla Germania nazista di mettere a soqquadro il mondo e hanno dopo dovuto impegnare il massimo della loro forza non soltanto per puntellare il Vecchio Mondo ma anche se stessi. La stessa cosa hanno dovuto fare contro la minaccia sovietica. Gli Stati Uniti sono oggi impegnati in tutto il mondo e non possono permettersi distrazioni né di indebolire le alleanze di cui sono il perno.

Trump sbaglia se pensa che i suoi rapporti con l’Europa e il mondo atlantico possa essere ridotto alla questione dei dazi

Trump sbaglia se pensa che i suoi rapporti con l’Europa e il mondo atlantico possa essere ridotto alla questione dei dazi. Non basteranno le ‘terre rare’ o qualche dollaro in più a bilanciare il mostruoso potere che potrà acquistare o sta già acquistando una enorme massa continentale russo-cinese con l’appendice iraniana: gli Stati Uniti avrebbero tutto da perdere se abbandonassero la strategia degli ultimi cento anni e i dazi e le minacce territoriali ai vicini potrebbero fare danni a lungo termine.

Non c’è dubbio che a Washington servano alleati in Europa capaci di partecipare a una strategia globale da concordare con l’America, come serviranno ancora Giappone, Corea del Sud, Filippine e Australia (e forse anche l’India) nell’impegno che gli Stati Uniti devono sostenere in Europa e Medio Oriente così come in Estremo Oriente e nel Pacifico. Per non parlare del ‘corollario di Trump’ alla Dottrina Monroe.