“Se davvero, nella tragedia di Crans-Montana, c’è anche il paradosso di giovani che filmavano l’incendio invece di scappare, allora il problema non è lo smartphone. Il problema è l’educazione. Non si tratta di puntare il dito contro ragazzi spaventati. Si tratta di ammettere che li abbiamo lasciati soli, senza strumenti, in un mondo dove l’atto di riprendere ha spesso sostituito l’atto di capire. Dove “documentare” sembra contare più che mettersi in salvo. Dove l’istinto viene sospeso in attesa di un like”. E’ quanto afferma Enzo Cuzzola, già assessore del Comune di Reggio Calabria e di Messina.
“A scuola parliamo – giustamente – di uso consapevole della tecnologia, di cyberbullismo, di privacy. Ma non insegniamo cosa fare quando la realtà diventa pericolosa. Non diciamo chiaramente che, in un’emergenza, il telefono va messo in tasca o lasciato cadere. Che prima si corre, si esce, si aiuta. Che filmare rallenta, distrae, espone sé e gli altri. C’è poi un’altra grande rimozione: la cultura della prevenzione. Facciamo prove di evacuazione per il terremoto, ma non insegniamo ai ragazzi a guardare un locale pubblico con occhi critici. A chiedersi dove sono le uscite di sicurezza. Se sono aperte. Se l’affollamento è eccessivo. Se esistono percorsi liberi. Se qualcuno è responsabile della sicurezza. Conoscere e pretendere queste condizioni non è diffidenza: è cittadinanza”, rimarca Cuzzola.
“Educare non significa criminalizzare. Chi filma nel panico non è un colpevole, è spesso un giovane non preparato. Prepararlo è un dovere della scuola, delle famiglie, delle istituzioni. E anche di chi autorizza eventi e locali senza vigilare davvero. La tecnologia non va demonizzata. Va ricollocata. Nel suo posto giusto. Perché in una situazione di pericolo vale una regola semplice, che andrebbe insegnata prima di ogni altra: prima si scappa, poi – se si è vivi – si racconta”, conclude Cuzzola.
