Perdonate la mia franchezza. Ma non è che siamo diventati un tantinello suscettibili? Io ho attraversato migliaia di giorni di maltempo, maltempo vero! Giorni neri come la pece, giorni da incubo, scolpiti nella carne. Giorni che, messi accanto a quelli di oggi, fanno apparire l’odierna tempesta come una parentesi di normalità.
Sono figlio di pastori — di pecorai, per essere precisi. E non solo non me ne vergogno: quel nome lo porto come si porta una verità sacra, come un marchio d’origine inciso nell’anima. Pecorai d’Aspromonte. E in quella montagna ho visto e vissuto tempeste di cui ho perso il conto. Uragani veri, dove il mare urlava la sua rabbia fino alle cime più remote dell’Aspromonte e la terra tremava come una bestia ferita.
Giorni interi sotto l’occhio del ciclone
Allora il cielo non mandava avvisi, non concedeva preavvisi: ti crollava addosso all’improvviso, come una condanna. Gli uragani non erano parole nei bollettini, non erano grafici o mappe colorate. Erano creature vive. I tuoni ti inseguivano, ti correvano alle spalle, esplodevano a pochi passi da te, mentre la pioggia cadeva con una furia spaventosa, così violenta che la sera rientravi a casa fradicio, inzuppato fin sopra le cime dei capelli, come se il cielo avesse voluto marchiarti a fuoco. Eppure si pascolava lo stesso. Perché la mandria non aspetta. La terra non fa sconti. La vita, lassù, non conosce rinvii. Arrivati a casa, spogliati i vestiti grondanti, ci si accucciava accanto al focolare o al braciere.
Ed era allora che accadeva il miracolo. Il ticchettio della pioggia sul tetto di tegole o di lamiera si trasformava in un canto antico, ipnotico, capace di sedare l’anima. Il corpo, scavato dalla fatica, scivolava in un torpore dolce, quasi puro. Le ossa smettevano di dolere, il respiro rallentava e dentro nasceva una pace sconosciuta, profonda, assoluta.
In quei momenti tutto trovava un senso
Come se quella giornata vissuta sotto la tempesta fosse il prezzo giusto per riscattare l’intera esistenza. Era qualcosa di raro, di straordinario. Un dono che arrivava solo in certe occasioni: due, forse tre volte in tutto l’inverno. Attimi brevi, ma eterni. E in quegli attimi si era felici. Si era forti. Si era uomini, anche se si era ancora bambini. E certo, gli uragani facevano parte di un disegno normale della natura, non come oggi, che vengono considerati una tragedia anche quando non causano danni a nessuno.
Di certo non credo di aver vissuto l’infanzia come avrebbe dovuto essere vissuta, lontana dagli echi della città. Ma non ne ho mai fatto un dramma. Ho cercato, anzi, il bene anche dentro quella mancanza, ho raccolto ciò che potevo. E se non ho raggiunto i traguardi che mi ero prefissato, oggi sono comunque grato. Grato di essere quel poco che sono. Perché quel poco è stato forgiato dal vento, dalla pioggia e dalle tempeste. E non chiede niente a nessuno.
