Bizzarro episodio di cronaca giudiziaria a Reggio Calabria, dove nei giorni scorsi la Polizia è intervenuta al rione Marconi per la segnalazione di alcuni spari. Gli agenti della Questura hanno visto un soggetto vestito di nero che fuggiva nei meandri del quartiere, ma lo hanno perso di vista e hanno fatto irruzione in alcune palazzine per perquisizioni nell’area in cui verosimilmente si nascondeva. L’esito delle perquisizioni è risultato negativo per la ricerca del fuggitivo, il sospetto autore dei colpi di arma da fuoco, di cui si sono perse le tracce. Ma nel corso di quest’operazione è emersa un’altra criticità all’interno di un appartamento di una delle palazzine in cui gli agenti della squadra Narcotici ritenevano che potesse essersi introdotto il fuggitivo.
I poliziotti non erano sul luogo per operazioni antidroga, non avevano a disposizione i cani e gli strumenti anti droga, ma durante una delle perquisizioni presso l’abitazione di un giovane di 24 anni già agli arresti domiciliari per una precedente rapina, hanno trovato qualcosa di strano. Al quarto piano della palazzina, infatti, nell’appartamento del giovane, che era in casa con la moglie e il figlio piccolo, hanno fatto irruzione i poliziotti ma l’abitazione non ha restituito elementi utili alle indagini sul fuggitivo. Tuttavia, sul balcone, in un lavabo coperto da un supporto in plastica, i poliziotti hanno trovato una busta in plastica chiusa, con sopra un pizzino riportante la scritta “180 euro“, o “resto 180 euro” (non era molto chiaro). All’interno, circa 150 grammi complessivi di cannabis e cocaina, già suddivisi in dosi in bustine termosaldate.
La sostanza, collocata nel balcone all’ultimo piano della palazzina, ha portato all’arresto del ragazzo, per il quale il giudice ha inizialmente disposto la custodia cautelare in carcere con l’accusa di spaccio. Durante l’udienza di ieri mattina, però, gli avvocati Demetrio e Mariateresa Pratticò hanno contestato l’impostazione accusatoria, sostenendo l’assenza di elementi che riconducano il giovane allo spaccio. La difesa ha ventilato l’ipotesi che lo stupefacente potesse essere stato collocato da terzi provenendo dal terrazzino superiore, oppure – qualora appartenesse all’imputato – che potesse trattarsi di un unico acquisto destinato a un uso personale prolungato, considerata la sua impossibilità di uscire di casa per via dei domiciliari. Una sorta di accortezza del giovane, che fa uso personale di droga e alla luce dei domiciliari, per rispettarli e non evadere, avrebbe fatto scorte per un lungo periodo di tempo. Gli avvocati hanno inoltre sottolineato la mancanza di una pericolosità sociale tale da giustificare la detenzione in carcere e hanno chiesto la revoca della misura.
Il giudice, pur emettendo una condanna, ha applicato la pena minima prevista dal rito abbreviato e ha sostituito la custodia cautelare con una misura non detentiva: obbligo di dimora, accettando così in toto le richieste dei legali difensori. Contestualmente sono stati ripristinati i precedenti arresti domiciliari per la rapina. Il giovane è quindi tornato nella propria abitazione, ora sottoposto a una doppia misura restrittiva.
