Costruire ponti, costruire legami. Il significato pratico e quello metaforico. Connettere due sponde e connettere l’esistenza umana. L’impatto sulla vita dell’uomo a livello geopolitico, logistico, economico, turistico e trasportistico. Una visione internazionale ma che non può restare indifferente rispetto al territorio. E quindi Ponte sullo Stretto di Messina, un’idea futuristica, per troppi anni rimasta solo nel campo della possibilità, da qualche mese finalmente divenuto atto pratico per la volontà del governo italiano.
Questo e tanto altro nell’intervista realizzata da Anna Valvo al prof. Enzo Siviero, docente di Tecnica delle Costruzioni e di Teoria e Progetto di Ponti all’Università di Venezia, attuale rettoe dell’Università Telematica E-Campus e, da anni, volto simbolo del Ponte sullo Stretto.
L’intervista al prof. Siviero
Allora Enzo, la prima domanda. Progettare ponti significa creare connessioni tangibili tra luoghi. Qual è, secondo te, la connessione più importante che un ponte rappresenta simbolicamente?
“La connessione non soltanto tra luoghi, ma anche tra persone, culture e differenti modi di essere, rappresenta simbolicamente la fratellanza. È proprio nella fratellanza che trovano espressione l’amicizia e la pace, valori di fondamentale importanza per la convivenza umana”.
I ponti sono visti come simboli di collaborazione e progresso. Se tu dovessi pensare a un ponte che collega il passato e il futuro, quale sarebbe la tua metafora personale per descriverlo?
“Io posso dire al volo l’arcobaleno. È anche una provocazione se vuoi, però l’arcobaleno è eterno e ha una valenza interessante perché, come spesso dico, se ami l’arcobaleno devi accettare la tempesta. Quindi il passato, il presente e il futuro sono caratterizzati da tempeste e arcobaleni, ovvero dalla guerra e pace, se vuoi, anche da questo punto di vista“.
Se potessi progettare un ponte in un luogo simbolico del mondo, quale sceglieresti e quale messaggio vorresti che quel ponte trasmettesse alle generazioni future?
“Da una quindicina di anni mi sono spinto anche quasi in modo funambolico per un ponte tra la Sicilia e la Tunisia, ovvero tra Capo Bon e Mazara del Vallo. Il significato è quello fondamentalmente di connettere il passato col futuro, che in realtà è un futuro che torna al passato e viceversa.
Mi spiego meglio. L’uomo è nato in Africa, questo ormai mi pare assodato. L’Africa è un paese che paradossalmente è giovanissimo, pur essendo antico. L’Europa invece è un Paese più recente, più maturo però e forse, per certi versi, anche molto in declino. Allora io penso che il rapporto tra l’Europa e l’Africa possa essere come quello che c’è tra un nipote e un nonno, o viceversa naturalmente. Il nonno è l’Europa e il nipote è l’Africa. Il giorno in cui l’Africa riuscirà a superare tutte le barriere ideologiche e di potere, non ce ne sarà per nessuno, mentre invece l’Europa stenta a decollare. E questo rappresenta una grossa delusione perché l’Europa è partita con grandi idee e si è arenata a causa dei particolarismi. Non riesce a trovare unità di intenti e soprattutto pensa a sé stessa. Non pensa agli altri!
Pensare a sé stessi è una forma di egoismo inaccettabile. Oggi bisogna pensare soprattutto agli altri e fare in modo che gli altri possano godere almeno di una parte dei privilegi che hai, educandoli a valutare quello che hanno come risorse e non aspettare che siano gli altri ad arrivare.
Il problema del Sud è deriva dal fatto che questo è sempre in attesa che qualcuno risolva i suoi problemi; invece, “aiutati che Dio ti aiuta” dovrebbe essere la costante di quello che noi facciamo. Il simbolo di questo ponte è quello di unire le due sponde del Mediterraneo, ritrovare l’Europa perché per me l’Europa è il Mediterraneo storicamente, non solamente per l’Impero Romano ma anche per l’impero Ottomano e tutto quello che gli va dietro. E poi il Mediterraneo è un ponte liquido; è un ponte che è stato attraversato nella storia da millenni, è stato attraversato prevalentemente con le guerre naturalmente, ma le guerre non solo legate ai commerci ma anche alla prevaricazione dell’altro.
Forse l’esempio più emblematico da questo punto di vista è rappresentato da Venezia.
Venezia che è andata avanti oltre un millennio era praticamente la dominatrice dei mari perché doveva salvare i propri commerci. Io credo che il commercio abbia fatto grande anche il passato. Si pensi alle Vie della Seta e pensiamo alla figura emblematica di Marco Polo, ma senza trascurare molti altri protagonisti e civiltà che hanno segnato queste rotte. Pensiamo, ad esempio, ai grandi imperi come quello Persiano, ma anche ad altri imperi meno noti, la cui importanza storica resta spesso sottovalutata a causa di una diffusa superficialità nella conoscenza storica.
Se approfondiremo lo studio della storia, comprenderemo la necessità di rivolgere la nostra attenzione verso il Sud del mondo, non con un atteggiamento di colonizzazione, bensì con la consapevolezza del valore della biodiversità e delle relazioni interculturali. È su queste basi che possiamo costruire un futuro sostenibile, evitando così di ripetere gli errori commessi nel passato.
Da questo punto di vista, la Cina, abituata a pianificare le proprie strategie sul lungo periodo, estendendo il suo sguardo oltre una singola generazione, ha realizzato una forma particolare di presenza in Africa. Non si tratta infatti di una colonizzazione tradizionale basata su conflitti armati, bensì di una penetrazione economica silenziosa e apparentemente meno evidente, ma altrettanto incisiva. Ad oggi, infatti, circa il 20-25% del continente africano risulta influenzato da tale politica cinese. Un esempio significativo è rappresentato dalla ferrovia che collega Gibuti ad Addis Abeba, interamente realizzata dalla Cina utilizzando principalmente manodopera cinese, nonostante in Etiopia fosse già disponibile forza lavoro locale. Tale situazione genera inevitabilmente contraddizioni e paradossi, evidenziando dinamiche problematiche di dipendenza economica e sociale.
Qual è concretamente il ruolo degli etiopi su questi treni? Svolgono attività marginali, come ad esempio quella degli addetti alle pulizie, mentre persino i controllori sono di nazionalità cinese. Questo fatto rivela chiaramente che la forma di colonizzazione economica operata dalla Cina comporta profonde dinamiche discriminatorie e razziali, di cui spesso non sono pienamente consapevoli coloro che hanno accettato tali accordi. In altre parole, le autorità locali che hanno acconsentito a queste condizioni si ritrovano oggi intrappolate in un sistema di dipendenza e subordinazione che perpetua una situazione di diseguaglianza strutturale, con inevitabili ripercussioni sul piano sociale, politico e culturale“.
Però glieli hanno fatti il ponte e la ferrovia!
“Questo rappresenta proprio il nodo centrale della questione: il prezzo da pagare andava negoziato diversamente, con maggiore attenzione agli interessi generali e di lungo periodo, piuttosto che sulla base di benefici immediati o personali concessi a chi, in quel momento, era chiamato a decidere. Entrare nel merito di una trattativa equa non sarebbe stato impossibile, nonostante, come sottolinei tu, la nota difficoltà a negoziare con la Cina. È evidente, infatti, che sarebbe stato necessario condurre negoziazioni equilibrate, basate sul rispetto reciproco, instaurando rapporti paritari e non accettando condizioni che inevitabilmente hanno finito per instaurare rapporti di subordinazione. La capacità negoziale avrebbe dovuto poggiare sulla consapevolezza della propria autonomia e della propria dignità nazionale, evitando quindi una posizione di sudditanza”.
Anche noi occidentali abbiamo cercato di agire in modo simile, legando però generalmente gli aiuti concessi al rispetto dei diritti umani. Questo, naturalmente, è un principio positivo e condivisibile, e non si intende certo metterlo in discussione né invitare implicitamente alla violazione di tali diritti. Tuttavia, è opportuno osservare che nella pratica molti di questi finanziamenti, inclusi quelli meritoriamente erogati dall’Italia dal governo Craxi, sono stati spesso gestiti in maniera discutibile, finendo per essere utilizzati impropriamente o destinati ad arricchire le élite locali invece di promuovere un autentico sviluppo economico e sociale. Tale realtà evidenzia l’importanza non solo della condizionalità degli aiuti, ma anche della trasparenza e dell’effettivo controllo sul loro utilizzo, al fine di garantire che gli investimenti producano realmente benefici per le popolazioni destinatarie.
I cinesi, e in misura simile anche i russi, pur attuando una forma di colonizzazione economica piuttosto subdola e non immediatamente percepibile, realizzano concretamente infrastrutture e progetti nei territori coinvolti. In altri termini, sebbene le modalità operative possano risultare discutibili e caratterizzate da forme implicite di controllo e dipendenza, bisogna comunque riconoscere che tali attori riescono a portare a termine ciò che promettono, realizzando opere tangibili che spesso soddisfano esigenze concrete delle popolazioni locali. Questa capacità operativa rappresenta un elemento di indubbia efficacia strategica, anche se resta aperta la questione degli effettivi costi politici e sociali che ne derivano nel lungo periodo.
“Certamente, è indubbio che la realizzazione concreta delle opere sia fondamentale. Le cosiddette tangenti, storicamente, sono sempre esistite e costituiscono un fenomeno quasi endemico. Tuttavia, il problema reale non consiste tanto nel costo aggiuntivo del 5-10%, bensì nel fatto che, una volta accettata questa dinamica, si perde completamente il controllo sui progetti stessi, ritrovandosi alla mercé di imprese e organizzazioni che, avendo già effettuato pagamenti illeciti, diventano difficilmente controllabili e autonome nell’agire, spesso senza un reale coordinamento strategico o una corretta pianificazione delle opere.
Partendo da questa riflessione, se guardiamo al caso specifico della Tunisia e della Sicilia, si potrebbe immaginare un ruolo strategico fondamentale per entrambi i territori: la Tunisia potrebbe diventare una vera e propria porta di ingresso verso l’Africa meridionale, mentre la Sicilia potrebbe rappresentare il punto di accesso all’Europa provenendo dal Sud, e viceversa. Questo significherebbe creare degli hub logistici e infrastrutturali capaci di irradiare sviluppo economico e sociale in entrambe le direzioni. La Tunisia, in particolare, che attualmente vive una situazione di estrema difficoltà economica, potrebbe rapidamente trarre vantaggio da questa posizione strategica, riuscendo a decollare grazie all’importanza crescente della logistica internazionale. Come è noto, oggi la logistica rappresenta un elemento centrale per lo sviluppo economico globale: regolare e gestire in maniera efficiente questo settore consentirebbe a un paese come la Tunisia di trasformare radicalmente la propria economia e il proprio ruolo geopolitico, diventando un punto di riferimento strategico per l’intero continente africano.
La Sicilia, dal canto suo, potrebbe acquisire una posizione economica e strategica straordinaria, rappresentando a pieno titolo la porta d’ingresso all’Europa. Il cosiddetto “molo dell’Italia” potrebbe idealmente concludersi proprio in Sicilia, trasformando l’isola in un fondamentale snodo logistico e commerciale. In questa prospettiva, anche il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina assumerebbe un’importanza ancora più significativa, diventando un’infrastruttura cruciale capace di valorizzare ulteriormente l’intero sistema logistico nazionale ed europeo. Si tratta di una visione strategica che, evidentemente, ha grande rilevanza non soltanto economica ma anche simbolica, e che merita una riflessione approfondita, considerando il notevole potenziale di crescita e sviluppo che potrebbe generare per tutta l’area mediterranea”.
Ma l’Occidente, inteso nell’accezione più generale e generica, è in grado oggi di essere ponte oppure ormai le cose sono cambiate e quindi il ponte metaforico e non metaforico può essere rappresentato dai Paesi BRICS, sia quelli già fanno parte di questa associazione economico-finanziaria e sia quelli che hanno chiesto di entrare.
“Esiste ancora una concreta possibilità di rilancio per l’Occidente, oppure siamo ormai avviati lungo una parabola discendente, irreversibile e inarrestabile? Siamo capaci, oggi, di svolgere ancora un ruolo di ponte culturale, economico e politico, o abbiamo perso definitivamente questa capacità strategica? Personalmente sono ottimista e ritengo che vi siano ancora ampi margini per invertire la rotta, poiché sono convinto che le opportunità esistano, purché si abbia la sensibilità e la lungimiranza per riconoscerle e valorizzarle adeguatamente. Questo, tuttavia, richiede uno sforzo collettivo importante: occorre abbandonare logiche di puro egoismo, individualismo e opportunismo, spesso portate avanti anche a danno degli altri. Solo superando queste dinamiche negative sarà possibile riaffermare il ruolo centrale dell’Occidente, recuperando la capacità di dialogo, collaborazione e solidarietà necessarie a garantire una crescita armoniosa e condivisa per tutti. In sintesi, occorre un ritorno ai valori autentici della cooperazione e della responsabilità collettiva, guardando oltre gli interessi particolari per costruire insieme un futuro comune e sostenibile. Siccome siamo comandati dalla finanza ed è inutile discutere, faccio una battuta, le guerre hanno una doppia valenza economica molto importante, la prima è di smaltire gli arsenali obsoleti perché non si dice ma abbiamo rifilato quello che ormai era quasi inservibile e la seconda c’è tutto il business della ricostruzione, ovviamente chi paga tutto questo paga il cittadino o le tasse con altre condizioni. Io sono convinto che ormai siamo a un limite per cui c’è una percezione che la finanza prevarica anche perché per costoro non gliene frega niente di come vive la gente perché per loro soldi fanno soldi e quindi su questo si muovono. Io credo che un po’ di contrasto ci possa essere, non credo che sia facile, però bisogna stare insieme, lavorare insieme, perdere qualcosa oggi per guadagnare molto domani.
A mio avviso, l’Occidente soffre oggi di un eccesso di egoismo, diffuso sia ai vertici della società – dove prevalgono logiche autoreferenziali e interessi particolari, spesso perseguendo esclusivamente benefici immediati – sia alla base, dove ciascuno tende a concentrarsi solo sui propri vantaggi personali. Questo atteggiarci in maniera egoistica non può che condurci a un gioco destinato inevitabilmente alla sconfitta, poiché ogni guadagno ottenuto in questo modo, privo di una visione condivisa e di lungo periodo, finisce per impoverire gli altri e, di conseguenza, anche la comunità nel suo complesso. La vera sfida consiste nel recuperare una prospettiva solidale e inclusiva, capace di superare logiche individualistiche per realizzare un autentico sviluppo collettivo e sostenibile”.
È un non ponte.
“Certo, esattamente il non ponte, possiamo dirlo anche in questi termini. È ancora una volta la coscienza umana che gioca. Io sono un non credente praticante, però forse qualche passo evangelico dovrebbe essere citato: ama il prossimo tuo come te stesso.
È un paradosso, ma amare il nemico, secondo me, è un segno di grandezza. Perché forse se ami il nemico, quel nemico potrebbe diventare un amico. E questo non è porgere l’altra guancia Tutt’altro.
Prima di far valere le proprie ragioni, bisogna ascoltare quelle degli altri. Cercare di capire chi hai davanti, come ragiona. Sintonizzarti.
Se sei su diverse lunghezze d’onda, tu non ti puoi sintonizzare. E ovviamente a quel punto non ti puoi connettere. È come se ci fosse un ponte a metà con un buco in mezzo.
La chiave di volta sembra essere venuta meno. È necessario ricomporre questo elemento mancante, un’operazione che non sarebbe neanche particolarmente complessa dal punto di vista pratico. Tuttavia, per riuscirci è indispensabile adottare un cambio di mentalità, recuperando una visione strategica che consenta di superare gli ostacoli rappresentati da egoismi e interessi particolari, e di tornare così a ragionare in termini di collaborazione, solidarietà e obiettivi condivisi.
Da questo punto di vista noi dovremo tornare all’educazione, che è la scuola, ed è la scuola quella che comanda. Fare in modo che la gente capisca, anche studiando la storia e la geografia. L’ho detto parecchie volte, studiare la storia dalla parte di chi ha perso.
In effetti, molte dinamiche geopolitiche diventano comprensibili solo se osserviamo la geografia attraverso la lente della storia. Ad esempio, quando ci troviamo di fronte a un confine che appare tracciato in modo artificiale, come se fosse stato disegnato con un righello, è evidente che siamo davanti a una situazione del tutto innaturale. Questo tipo di confine denuncia inevitabilmente qualche anomalia, perché la natura stessa non opera in modo così schematico. Ed è proprio da confini così arbitrari che spesso emergono, prima o poi, conflitti e tensioni.
Un esempio che mi ha sempre colpito profondamente è rappresentato dal confine verticale, netto e artificiale, che separa l’Egitto dalla Libia e, più a sud, la Libia dalla Mauritania. Si tratta di linee chiaramente stabilite sulla base di decisioni politiche e coloniali, senza alcuna attenzione per le realtà culturali, etniche o geografiche del territorio. Questo tipo di suddivisione territoriale, inevitabilmente, rischia di generare instabilità, poiché non rispetta la naturale coesione delle popolazioni e dei territori coinvolti. È dunque fondamentale ripensare e comprendere le conseguenze storiche e geopolitiche di simili scelte, per evitare che le tensioni accumulate esplodano ciclicamente in conflitti e crisi profonde.
Esistono anche altre chiavi di interpretazione. Le divisioni geografiche e politiche del mondo contemporaneo sono state definite prima a Jalta, con gli accordi del secondo dopoguerra, e poi consolidate durante tutta la fase della Guerra Fredda, caratterizzata dalla reciproca diffidenza e da una costante rivalità tra i due blocchi, culminata nell’equilibrio del terrore nucleare.
Nonostante ciò, ritengo che vi siano ancora ampi margini per invertire questa dinamica negativa, e che oggi stia emergendo una nuova coscienza globale. Tuttavia, la politica contemporanea spesso ostacola questo processo virtuoso. Ironizzando, potremmo dire che in politica sembra valere un’equazione paradossale: “intelligenza moltiplicata per grado gerarchico uguale costante”, il che significa che più si sale nelle gerarchie politiche e meno intelligenti o più facilmente condizionabili occorre essere.
In questo modo, purtroppo, si impedisce una reale crescita delle persone capaci, competenti e portatrici di idee innovative, che spesso vengono ignorate o trascurate. Le vere intuizioni e i progetti validi vengono quindi riconosciuti solo tardivamente, magari dopo anni, quando il contesto ha già perso opportunità preziose. Questa tendenza deve essere invertita attraverso un cambiamento culturale e politico radicale, capace di valorizzare finalmente la competenza, la visione strategica e il coraggio delle idee nuove.
In questi giorni abbiamo avuto modo di richiamare alla memoria la figura di Bettino Craxi. Personalmente, ho sempre nutrito una grande ammirazione per lui e, in particolare, per Gianni De Michelis (che so esser stato tuo amico), riconoscendo ad entrambi una capacità straordinaria di visione politica e strategica. Erano infatti uomini di Stato in grado di guardare ben oltre l’immediato, capaci di intuire scenari futuri e di proporre soluzioni innovative per affrontare le sfide del loro tempo. Credo che questo aspetto sia da valorizzare perché la visione politica, oggi più che mai, rappresenta un elemento imprescindibile per il progresso e la stabilità di una nazione.
Oggi non si vede nessuno che abbia una visione. Forse un filino, ma ancora presto per poterlo dire, è proprio la Meloni. Questo al di là dell’appartenenza di partito.
Però rispetto a quello che c’era nel passato, anche forse Draghi ha deluso un pochino. Anche se non so quanto potesse fare. Ma certo uomo della finanza non può che ragionare in termini di finanza. Guarda caso anche Monti si è mosso in quei termini.
Anche Berlusconi, va riconosciuto, aveva una visione strategica importante. Aveva compreso chiaramente che, se l’Italia non avesse condotto una politica attiva e determinata nel Mediterraneo, inevitabilmente lo avrebbero fatto altri al posto nostro. Ed è proprio ciò che, purtroppo, è avvenuto con la Libia: abbiamo perso terreno e influenza, consentendo ad altri attori, come la Russia e la Turchia, di inserirsi e affermarsi al nostro posto. Oggi, infatti, assistiamo a una situazione paradossale: la Cirenaica è controllata dai russi, mentre la Tripolitania è saldamente nelle mani dei turchi. Addirittura, come recentemente ricordato, alcune missioni diplomatiche e operative italiane vengono gestite direttamente dai turchi, i quali hanno dimostrato ancora una volta una grande capacità politica e strategica. Questi sviluppi mostrano chiaramente come, in assenza di una politica coerente e decisa, lo spazio geopolitico venga inevitabilmente occupato da altri, con pesanti conseguenze per gli interessi nazionali italiani”.
Assolutamente.
“Inoltre, la Turchia dimostra oggi una profonda “fame storica”, una forte esigenza di affermarsi e di crescere, che nasce dalla volontà di recuperare prestigio e influenza perduti. Indipendentemente dal giudizio personale che ciascuno può avere sulla visione politica e ideologica proposta da Erdoğan, non si può negare che la sua strategia abbia una portata universale, quantomeno sul piano mediterraneo e regionale. Erdoğan ha saputo far leva sul sentimento nazionalista, puntando sul richiamo al glorioso passato ottomano come strumento per superare le difficoltà economiche interne e rafforzare l’identità collettiva del popolo turco.
Una dinamica simile si è riscontrata anche altrove, ad esempio negli Stati Uniti con lo stesso Trump e il suo slogan “Make America Great Again”. D’altronde, anche noi italiani, storicamente, siamo stati coinvolti in guerre e conflitti non tanto per autentica convinzione, quanto piuttosto per l’attrazione esercitata dall’idea di grandezza nazionale. Questo desiderio di affermarsi si è poi rivelato illusorio, poiché abbiamo progressivamente perso la capacità di comprendere realisticamente le nostre effettive possibilità e dimensioni geopolitiche. È dunque importante riflettere su queste esperienze storiche per evitare di ripetere gli stessi errori, inseguendo una grandezza ideale che rischia di essere soltanto apparente e fuorviante”.
Potremmo effettivamente tornare ad essere protagonisti sul piano internazionale. Probabilmente soffriamo di un complesso d’inferiorità del tutto ingiustificato, oltre che immotivato, perché non abbiamo alcuna reale ragione per sentirci inferiori agli altri. Abbiamo invece tutte le risorse, la storia, le competenze e le potenzialità per svolgere un ruolo centrale e significativo, purché ritroviamo la fiducia necessaria nelle nostre capacità e nelle nostre possibilità. Occorre quindi superare questo senso di insicurezza e rivalutare le nostre autentiche qualità, riprendendo una visione strategica e consapevole della nostra posizione nel contesto geopolitico globale.
“Noi non abbiamo coscienza della nostra potenzialità. Anche perché abbiamo vilipeso il senso del nazionalismo, il concetto di Patria. Questa purtroppo è una critica che io faccio a un certo tipo di atteggiamento mentale, tipico della sinistra, che nel suo universalismo, alla fine, finisce per schiacciare la nostra personalità. Noi siamo perché eravamo e saremo perché siamo. Senza la tradizione non si va da nessuna parte, back to the future è una battuta che io trovo molto importante”.
Senti, un’altra domanda ancora. C’è un progetto che è stato particolarmente significativo per te, che magari ha segnato un cambiamento nel tuo percorso professionale oppure nella tua visione di ingegnere?
“Che bella domanda. Tu provi a mettermi in difficoltà, ma mica ci riesci, sai. Più mi metti in difficoltà, più tiro fuori meglio di me stesso.
Al riguardo, vorrei condividere un progetto al quale tengo molto e che, purtroppo, non è stato ancora realizzato. Si tratta di un ponte che avevo progettato a Cibiana di Cadore, vicino Cortina, superando brillantemente tutte le difficoltà autorizzative. L’ANAS aveva proposto un’opera che la Soprintendenza aveva bloccato per motivi estetici. Intervenendo personalmente, ero riuscito a risolvere le problematiche progettuali, realizzando quello che probabilmente è il ponte più bello da me concepito. Tuttavia, a causa di contrasti e diatribe interne, il progetto non è mai stato portato a compimento, lasciandomi un forte senso di incompiutezza.
Circa tre anni fa, si è ripresentata un’opportunità: Luciano D’Alfonso, ex sindaco di Pescara ed ex governatore dell’Abruzzo, mi chiese di progettare un ponte destinato ad essere il più bello della mia carriera. Ho così deciso di riprendere l’idea originale, adattandola alla nuova collocazione e denominandola ponte “Celestino V”. Purtroppo, anche in questo caso, per esigenze di risparmio imposte dagli ingegneri, il progetto è stato modificato e parzialmente snaturato, nonostante fossi riuscito a recuperare i finanziamenti necessari. Non avendo io il prestigio internazionale di Calatrava, mi è risultato impossibile imporre completamente la mia visione originale.
Ripensando al percorso fatto negli anni, quando inizialmente l’acquisizione del consenso era stata per me fonte di grande orgoglio e soddisfazione personale, questa esperienza mi ha comunque insegnato l’importanza di perseverare e di osare l’impossibile, trasformando le difficoltà in occasioni di crescita e di concreta realizzazione personale e professionale.
A quel punto è venuto fuori il mio slogan: “Oltre L’oltre” che è uno ossimoro ma che in fondo dice molto, cioè più difficile è e più il mio impegno, la mia creatività, la mia fantasia, la mia italianità, posso dirlo tranquillamente, viene fuori e si esprime.
Da quel momento in poi, ho intrapreso un percorso di crescita personale e professionale segnato naturalmente da alti e bassi, ma sempre caratterizzato da una tendenza positiva. Ciò che inizialmente consideravo impossibile si è rivelato invece realizzabile, aumentando così la fiducia nelle mie capacità. Questa consapevolezza mi ha permesso di cogliere nuove opportunità, tra cui la vittoria del concorso per il Ponte dei Congressi a Roma, l’unico concorso davvero importante da me vinto. Nonostante alcune difficoltà incontrate durante il percorso, il progetto finale è risultato valido e ha rappresentato per me una svolta decisiva, come se avessi conquistato una medaglia olimpica anziché limitarmi semplicemente a partecipare”.
Qual è il ponte reale o metaforico che hai attraversato nella vita e che ti ha insegnato la lezione più importante?
“Allora il discorso viene da lontano e nasce proprio dal fatto che io per sei anni ho fatto nuoto agonistico: la formazione anche morale, etica che ti viene nel praticare uno sport ti rende pulito all’interno.
La competizione va vista, naturalmente se è corretta (e purtroppo non sempre lo è), come messa in discussione di te stesso: perché impari ad amare la sofferenza per allenarti. Se vuoi raggiungere un risultato ti devi preparare, non è che tu hai la bacchetta magica e improvvisamente arrivi, questa cosa, secondo me, è stata fondamentale nella mia vita.
Un altro momento fondamentale della mia crescita personale e professionale è stato il passaggio all’Università. Nei primi anni, mi limitavo a svolgere le lezioni senza un reale coinvolgimento, senza entrare profondamente nella realtà accademica. Quando arrivò il momento di affrontare il giudizio di idoneità per diventare professore associato, fui bocciato alla prima tornata. Oggi posso dire che quella bocciatura fu giusta e preziosa, perché mi fece capire che fino a quel momento non avevo compreso appieno cosa significasse insegnare. Fu un’esperienza determinante, che mi ha insegnato esattamente cosa fare e come migliorare.
Quel momento si rivelò decisivo, perché invece di reagire con frustrazione, come spesso mi era accaduto nelle precedenti battute d’arresto, scelsi di fermarmi e riflettere. Come un nuotatore che prende fiato prima della virata, raccolsi le energie necessarie, mi preparai con impegno e superai brillantemente il passaggio a Professore associato. Guardandomi attorno, capii che se altri erano riusciti a raggiungere certi risultati, potevo farcela anch’io. Questo mi diede la spinta finale per conquistare l’ultimo gradino, diventando Professore ordinario. Da quel momento, la mia carriera decollò definitivamente aprendo la strada a traguardi che inizialmente sembravano irraggiungibili: prima come vicepresidente del CUN – Consiglio Universitario Nazionale – poi come Rettore di e-Campus. Sono risultati che ho raggiunto con grande soddisfazione, personale e soprattutto collettiva, poiché da sempre mi sta a cuore la valorizzazione anche delle persone che lavorano con me.
Per me è fondamentale ricevere indicazioni critiche, soprattutto negative, perché rappresentano un’occasione preziosa per migliorare continuamente. Non mi sono mai considerato arrivato: al contrario, vivo ogni giorno come un nuovo punto di partenza per crescere e trasmettere agli altri un modo autentico di vivere e lavorare. È proprio per questo motivo che sto raccogliendo le mie memorie, i miei racconti, e anche interviste come quella che stiamo facendo ora: mi aiutano a riflettere, a imparare, e a evolvere.
Può sembrare un paradosso, ma ieri ho compiuto ottant’anni e sento ancora una forte e genuina voglia di crescita. Amo dire che ho appena raggiunto i quattro quinti di secolo, perché mi piace guardare avanti puntando direttamente all’intera unità, senza limiti. Credo fortemente che porsi limiti significhi auto-limitarsi inutilmente; i veri limiti esistono soltanto nella nostra mente, mentre se si ha determinazione e voglia di impegnarsi, tutto diventa realizzabile.
Con un pizzico di sano narcisismo, mi piacerebbe continuare a essere un esempio, soprattutto per i giovani. Oggi più che mai i giovani hanno bisogno di modelli positivi: ne esistono fin troppi di negativi che finiscono per scoraggiarli dallo studio, dall’approfondimento e dal pensiero critico. Io invece ritengo fondamentale trasmettere loro la capacità di riflettere su sé stessi e di costruire una consapevolezza autentica. Lo vedo chiaramente nelle tesi che seguo: per quanto siano solo lavori della laurea triennale, cerco di instillare nello studente una visione profonda, in cui il tema del ponte diventa metafora della vita stessa, dell’unione con gli altri e della condivisione reciproca. Aiutare i giovani in questo percorso è per me non solo importante, ma un autentico privilegio.
Ma c’è anche un altro aspetto fondamentale: come qualcuno ha detto, «non è tanto importante costruire il ponte, quanto avere il coraggio di attraversarlo». È proprio nel momento in cui decidiamo di percorrere quel ponte che comprendiamo appieno il suo valore simbolico: un segno tangibile di pace, dialogo e unione. Non a caso, quando scoppia una guerra, il primo obiettivo strategico è quasi sempre la distruzione dei ponti, proprio perché il ponte rappresenta connessione, incontro e apertura verso gli altri. Percorrere un ponte significa dunque accettare il dialogo e impegnarsi concretamente per la pace”.
