Ponte sullo Stretto, ecco cosa succede adesso: gli strumenti a disposizione del Governo per andare avanti nonostante il no della Corte dei Conti | DETTAGLI

Il verdetto dei magistrati contabili blocca l’iter tecnico, ma Palazzo Chigi prepara la contromossa: una delibera politica e la registrazione “con riserva” per far ripartire il progetto simbolo del rilancio del Sud

Il no della Corte dei Conti alla delibera del CIPESS sul Piano economico finanziario del Ponte sullo Stretto non rappresenta la fine dell’opera, ma segna l’apertura di una fase politica e istituzionale delicata. La Sezione di controllo di legittimità ha infatti negato il visto al provvedimento che avrebbe dovuto dare il via libera definitivo alla progettazione esecutiva, sollevando rilievi di natura giuridica e contabile. Secondo la Corte, la delibera non rispetterebbe pienamente i requisiti previsti dalle norme in materia di appalti pubblici, di copertura economica e di conformità alle direttive europee, elementi ritenuti essenziali per la regolarità della spesa pubblica.

Il verdetto è stato accolto con dure critiche dal governo, che ha definito l’intervento dei magistrati contabili una “forzatura” e un tentativo di bloccare un’opera strategica per il Paese. Ma, al di là del confronto politico, resta una domanda concreta: cosa succede adesso?

Palazzo Chigi studia la “via politica” per superare lo stop

Come spiegano fonti di governo, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni dispone di alcuni strumenti normativi per procedere comunque. La via più probabile è quella di una nuova delibera del Consiglio dei Ministri, che riaffermi l’interesse pubblico “preminente” dell’opera e quindi autorizzi la prosecuzione dell’iter, pur prendendo atto delle osservazioni della Corte dei Conti.

Si tratterebbe, in sostanza, di una decisione politica che non annulla i rilievi giuridici, ma li supera in virtù della valutazione di interesse nazionale. Dopo l’approvazione, l’atto verrebbe trasmesso di nuovo alla Corte, che a quel punto potrebbe scegliere se registrarlo integralmente o procedere con una registrazione “con riserva”.

Quest’ultima ipotesi, prevista dal diritto amministrativo italiano, consente alla Corte di segnalare le proprie perplessità ma, allo stesso tempo, di non bloccare l’efficacia dell’atto. L’esecutivo, dunque, assumerebbe la piena responsabilità politica e contabile della decisione, mentre il Parlamento ne sarebbe formalmente informato. È un passaggio raro ma non inedito nella prassi dei rapporti tra governo e magistratura contabile.

L’iter che si apre e i rischi sul piano politico e giuridico

Se il Consiglio dei Ministri sceglierà di confermare la delibera CIPESS, il Ponte potrà proseguire il suo cammino amministrativo: si aprirebbe così la fase di approvazione del progetto esecutivo e l’avvio delle procedure contrattuali con il consorzio Webuild. Tuttavia, la registrazione con riserva non metterebbe fine ai dubbi di legittimità. Qualsiasi vizio nella catena procedurale – dalla gara alle valutazioni ambientali – potrebbe infatti essere impugnato davanti ai giudici amministrativi o alla Corte di Giustizia europea, come già annunciato da alcune forze di opposizione.

Il governo, da parte sua, rivendica la natura “politica” della scelta e l’urgenza di rilanciare un’opera considerata strategica per il Sud Italia. Ma l’operazione non è priva di conseguenze: procedere in presenza di un parere negativo della Corte dei Conti significa assumersi la piena responsabilità giuridica e finanziaria del progetto, oltre che quella politica. E l’orientamento di queste ore appare proprio favorevole a questa decisione: Meloni non vuole fermarsi, il Ponte è un progetto strategico per lo sviluppo dell’Italia ed era inserito nel programma elettorale con cui il Centrodestra ha vinto le elezioni a fine 2022, ottenendo il mandato dai cittadini.

In sintesi, il no della Corte non è un punto fermo, bensì una tappa di un percorso complesso in cui il diritto incontra la politica. Meloni, Salvini, Tajani e gli altri alleati di governo possono ancora andare avanti e probabilmente lo faranno, ma dovranno farlo mettendo la firma su un atto che si muove sul confine sottile tra la legittimità formale e la volontà politica. Il Ponte sullo Stretto, insomma, non si ferma — ma da ora in poi ogni passo sarà sorvegliato speciale. Tuttavia, non è che fin qui ci fossero state meno attenzioni da parte degli oppositori di sinistra che da oltre 25 anni remano contro quest’opera e l’hanno già bloccata più volte in passato, altrimenti oggi sarebbe già in piedi e consentirebbe all’Italia e in particolare a Calabria e Sicilia di avere lavoro, ricchezza, sviluppo e connessioni d’avanguardia.