Un lettore di StrettoWeb ha inviato una segnalazione legata alla chiusura della biblioteca di Rosarno. Ecco il testo della segnalazione: “Capita che, per lavoro, mi trovi a passare da Rosarno con una certa regolarità. Mi piace osservare i cambiamenti dei luoghi — e anche le cose che restano ferme. Una di queste è la biblioteca comunale, chiusa ormai da mesi. La prima volta che ne ho notato l’assenza è stato per caso; ero alla ricerca di un posto tranquillo dove aspettare si facesse ora del mio appuntamento, e ho ricordato quella sala luminosa, frequentata da studenti, ragazzi e bambini. Purtroppo ho trovato l’edificio recintato senza nessun avviso”.
“Solo in occasione di un’altra andata ho visto il cartello di cantiere, messo presumo in ritardo, ma con un titolo che ha attirato subito la mia attenzione: “Riuso e rifunzionalizzazione di un bene confiscato alle mafie”. Ora, posso non conoscere ogni dettaglio della storia urbanistica di Rosarno, ma so per certo che quell’edificio ha ospitato la sede del Comune per anni. Non è mai stato un bene confiscato. È, anzi, un simbolo della vita civica della città. E allora perché usare un’etichetta così forte — così carica — su un bene che non ha nulla a che vedere con la criminalità organizzata?”
“La domanda che mi sono posto è semplice: se il progetto è finanziato con fondi destinati al riuso di beni confiscati, siamo sicuri che tutto sia in regola? Oppure c’è stata una forzatura, una svista, o peggio ancora, una narrazione distorta? A tutto questo si aggiunge un dato tecnico: i lavori dovevano concludersi entro il 26 giugno, come indicato sul cartello di cantiere. Oggi siamo ben oltre quella data ma la biblioteca è ancora chiusa. Nessun aggiornamento pubblico, nessuna comunicazione, nessuna tabella di marcia. Da esterno, quello che si percepisce è una mancanza di chiarezza e di attenzione verso un bene pubblico. La biblioteca, nel frattempo, resta chiusa. E con essa, anche un pezzo importante della vita comunitaria di Rosarno. Chi, come me, vi passa solo di tanto in tanto, se ne accorge eccome. Perché la cultura si nota di più quando manca”.
