Da Catona all’Australia per diventare head chef, la storia di Giuseppe: “la ‘nduja, il consiglio ai giovani e le… tarantole”

La storia di Giuseppe Morabito, partito a 18 anni da Catona con il sogno di diventare chef. Sacrifici, avventure e un giro del mondo che lo ha portato a realizzarsi in Australia, ma sempre con Reggio Calabria nel cuore

Foto Instagram @chefpeppemo
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La Calabria è terra di grandi migrazioni. Lo insegna la storia. Si parte con il cuore pesante, gli occhi lucidi e un sogno in tasca. Si sa cosa si lascia, non si sa quello che si troverà all’arrivo. È la storia di tanti calabresi partiti verso il Nord Italia, verso un’altra nazione in Europa, verso gli Stati Uniti d’America. Un’abitudine, una necessità, ormai secolare e che continua fino ai giorni nostri. Una storia, strettamente personale, come quella che ci ha raccontato Giuseppe Morabito, giovane chef reggino finito, letteralmente, dall’altra parte del mondo a inseguire i propri sogni in Australia.

“Ci provo…”: da Catona verso il futuro

Originario di Catona (Reggio Calabria), Giuseppe ha sviluppato fin da giovane (e lo è ancora, ha solo 30 anni!) una forte passione per la cucina. Ha studiato all’alberghiero di Villa San Giovanni e ha fatto pratica presso la trattoria dello zio. Una volta diplomatosi, ha deciso subito di prendere in mano la propria vita con una scelta drastica: partire verso la Germania.

Avevo 18 anni. – racconta – Mamma mi diceva: ‘ma dove vai?!’. Ma io già sapevo che difficilmente la Calabria mi avrebbe dato ciò che cercavo. Mi sono detto: ‘ci provo’. Vado all’estero, conosco posti diversi. I miei genitori mi hanno sempre supportato e non mi hanno fatto pesare le mie decisioni, li ringrazio.

Siamo partiti con due compagni di classe, all’avventura, senza nessun appoggio. All’inizio non volevano affittarci casa, eravamo 3 ragazzini senza lavoro. Poi abbiamo trovato una stanza ad Hannover, da dividere in 3, con un bagnetto: pagavamo 300 euro a testa, tantissimo, soprattutto per gli standard di 12 anni fa“.

Chef Giuseppe Morabito
Foto Instagram @chefpeppemo

L’Australia: il sogno di una vita e qualche tappa intermedia

Trovato un lavoro e una sistemazione migliore, Giuseppe ha iniziato a sviluppare la propria passione facendo gavetta in cucina. La rigidità della vita in Germania si scontrava però con la nostalgia della Calabria, “finivo per spendere i soldi che guadagnavo per tornare in vacanza“, e il pallino fisso che lo portava con la mente fino in Australia.

Sognavo di andarci già quando ancora studiavo. – ammette Giuseppe – Mi informavo sul territorio, sul lavoro di chef, sugli italiani lì. Inizialmente ho lavorato nelle farm (le fattorie, ndr) per prolungare il mio visto. Dopo 3 anni in Australia sono andato a lavorare in una vineria che produceva vino italiano in Nuova Zelanda. Passato il Covid in Australia, ho conosciuto la mia ragazza, originaria di Sorrento, e ho lavorato per alcuni ristoranti stellati, tra cui il Capri Palace, due Stelle Michelin.

Successivamente, siamo ritornati in Australia, a Cairns. Siamo diventati residenti, non abbiamo più bisogno di visti. Oggi sono head chef all’Ollie’s Italian, un ristorante di cucina italiana con 12 chef che lavorano in cucina, ho una grande responsabilità della quale sono orgoglioso“.

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Il barramundi… alla calabrese

Giuseppe ha continuato ad aggiornarsi, migliorare e appassionarsi al suo lavoro. “La mia è una cucina moderna, ma cerco sempre di metterci dentro la Calabria, l’impronta di mia nonna e di mia madre“, ci racconta. Ingrediente preferito? “Il limone: mi ricorda casa, il mare e il sole. Cerco di mettere nei miei piatti tutte le mie esperienze di vita“.

E quindi, non può mancare un tocco di Calabria in cucina. “Nel mio ristorante è gettonatissimo il ‘barramundi alla calabrese’, un pesce tipico che serviamo con salsa alla ‘nduja che ci arriva direttamente dalla Calabria, carote in agrodolce, mandorle affumicate e ‘capelli’ di carota“.

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In Australiala Calabria è parecchio conosciuta. – racconta lo chef reggino – Dopo la Seconda Guerra Mondiale, tantissimi calabresi si sono trasferiti a Mareeba, una zona di campagna a 30 minuti da Cairns, ci sono tantissime famiglie calabresi. Anche a Melbourne. Sono poche da Reggio Calabria, molte di più da Bagnara, Africo e zone limitrofe“.

Australiani scalzi, coccodrilli e tarantole

Abbiamo chiesto a Giuseppe com’è vivere dall’altra parte del mondo e quali sia le cose più strane che ha visto. “La cosa alla quale, da italiano, penso che non mi riuscirò mai ad abituare, è vedere gli australiani che camminano scalzi al supermercato“, racconta.

Per non parlare poi degli animali, un concetto che cambia totalmente rispetto all’Italia. “Dove abito io, a Cairns, non possiamo farci sempre il bagno a mare perchè c’è il rischio coccodrilli nella stagione delle piogge, con l’innalzamento dei fiumi alcuni passano a mare“, svela. “Quando lavoravo in farm ho visto alcuni ragni parecchio grandi, ma il problema sono quelli piccoli, i più pericolosi. – prosegue – Gli australiani sono molto naturalisti, rispettano la natura e gli animali. Se trovano una tarantola in casa non la uccidono, cercano di portarla fuori. In vacanza a Perth, con la mia ragazza, nella nostra stanza d’hotel abbiamo trovato una tarantola grande quanto la mia mano. Abbiamo chiamato subito la reception, sono arrivati dicendoci di non preoccuparci: l’hanno messa in un bicchiere e poi liberata fuori, in tutta calma…“.

Una scelta di vita, una scelta economica

Bello tutto (i coccodrilli un po’ meno…): i sogni, la passione… ma ne vale davvero la pena? Qualcuno starà pensando: “ma Giuseppe non poteva fare la stessa vita in Italia?“. La risposta del ragazzo fotografa perfettamente la situazione: “la mia è stata una scelta anche economica, ma qui si lavora per vivere e non si vive per lavorare. Ho i miei spazi, 3 giorni liberi a settimana, posso coltivare i miei hobby e le mie passioni e ogni ora extra di lavoro mi viene pagata dall’azienda. Il mio stipendio è quasi il doppio di quello che mediamente percepisce un cuoco italiano. E il costo della vita è simile a quello che c’è oggi in Italia“.

Tradotto: un buono stipendio adeguato al tenore di vita, tutto regolarizzato, tempo libero reale, niente nero. Senza voler fare di tutta l’erba un fascio, possiamo dire che tanti dei mali della ristorazione italiana dall’altra parte del mondo non esistono.

Quello che racconto ai ragazzi – prosegue Giuseppe – è che io in Italia non sarei mai arrivato, a 27 anni, a gestire la cucina di un ristorante da 150 coperti e con 12 chef. Sono arrivato qui con la fame e ho ottenuto quello che volevo e che sognavo. Ogni tanto mi succede che qualcuno di Reggio mi scriva, io sono sempre disponibile. Sono felice di dare una mano. Quello che dico è: ‘esci da Reggio, vedi una mentalità di versa, poi torna a Reggio e applica questo modo di ragionare’.

Io consiglio a tutti di venire in Australia, è un’esperienza bellissima, probabilmente finisci per restare. In Italia ci puoi sempre tornare dopo, ma lo fai con un bagaglio di esperienze ed emozioni, anche un po’ di soldi in più da parte“.

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Tornare a Reggio?

Nelle parole di Giuseppe c’è sempre certa delicatezza e tanto rispetto per la sua città. Una terra dalla quale si è dovuto distaccare per inseguire il suo sogno, una terra che lo ha costretto a fare sacrifici, a stare lontano dalla famiglia. Eppure, Giuseppe, come tutti gli emigrati, sogna un giorno di ritornare in pianta stabile, ma con un progetto.

Ci ho pensato di tornare a Reggio Calabria per mettermi in proprio. – confessa – Ogni volta che torno dico ‘wow’. Abbiamo spiagge bellissime, posti da sogno ma trascurati. Dobbiamo crescere e cambiare mentalità. Penso che, se i miei progetti dovessero andare a buon fine, tra una decina di anni vorrei tornare e aprire qualcosa di mio a Reggio e investire nella mia terra, dare un futuro ai giovani reggini, contratti seri, posti di lavoro, trattare bene i dipendenti. Portare, soprattutto, qualcosa di nuovo con la mentalità di una persona che ha vissuto all’estero per tanto tempo“.

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Il messaggio ai ‘giovani Giuseppe’

Sono tanti i ‘giovani Giuseppe‘ che oggi, finite le scuole, riflettono sul proprio futuro e sul lasciare o meno la propria città. Dubbi, ansie e sogni sono un bagaglio comune a tutti. Giuseppe spiega di aver contattato StrettoWeb perchè “sono molto legato alla mia terra, volevo far conoscere la mia esperienza di vita, quella di un reggino all’estero. Vorrei dire a tutti i giovani che sognano un futuro in cucina, come lo sognavo io, che si può partire da una piccola trattoria e arrivare a diventare head chef, o qualsiasi cosa voi vogliate diventare, anche dall’altra parte del mondo. Credete in voi stessi, sempre!“.

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