La decisione del Tribunale di Messina, arrivata ieri, di ammettere l’ACR all’accesso allo strumento di regolazione della crisi non deve illudere nessuno. È un passaggio tecnico, previsto dalla Legge, che concede al club una finestra temporale per elaborare un piano di rientro dei debiti. Ma nulla ha a che fare, almeno direttamente, con la parte sportiva. Perché l’iscrizione alla prossima Serie D – scadenza fissata al 10 luglio – resta oggi un ostacolo praticamente insormontabile. Il nodo resta sempre lo stesso: la società non ha struttura né risorse. L’AAD Invest, società che ha rilevato la maggioranza delle quote, ha mancato ogni promessa, non ha immesso liquidità, non ha pagato stipendi, fornitori né altro. Non un euro è arrivato dopo il passaggio di proprietà, e gli impegni assunti da gennaio in poi sono rimasti lettera morta.
Alaimo, formalmente mai dimissionario, nei fatti si è defilato. Cissé, che aveva promesso rilancio e investimenti, è scomparso dai radar. Sciotto detiene il 20% delle quote ma non ha più alcuna intenzione – né possibilità – di rientrare. La domanda, dunque, è semplice: perché questi soggetti dovrebbero intervenire ora, con una squadra retrocessa, un -14 in classifica e zero prospettive economiche?
La risposta, guardando i fatti, è che non lo faranno. E il precedente in Belgio lo dimostra. Anche lì, con il Deinze, Cissé aveva ottenuto tempo tramite il Tribunale, rinviando un fallimento che poi si è comunque consumato. I motivi addotti furono presunti insulti razzisti e una situazione debitoria peggiore del previsto, come disse nella sua unica conferenza stampa a Messina. Ma la realtà è più semplice e amara: la decisione del Tribunale non cambia di una virgola la disastrosa condizione societaria dell’ACR. Per la prossima stagione, con una partenza in D da -14 (e i punti di penalizzazione potrebbero aumentare), non ci sarebbero sponsor né tifosi, e ogni giorno che passa rende più difficile anche solo immaginare un futuro dignitoso.
Il piano di rientro potrà anche essere presentato – ci sono due mesi di tempo –, ma l’iscrizione alla D impone tempi più rapidi. E prima ancora, bisogna versare 15 mila euro di spese procedurali, oltre a documenti e garanzie da sottoporre all’Avvocato Maria Di Renzo, nominata Commissario. A oggi, nessuna di queste condizioni sembra realisticamente soddisfabile. E soprattutto, anche ammesso che il piano venga approvato, chi lo rispetterebbe? AAD non ha ancora versato quanto pattuito a Sciotto, né pagato i tesserati da febbraio in poi.
La Serie D, con questi presupposti e una penalizzazione di -14, è un’impresa suicida: economicamente insostenibile, tecnicamente ingestibile. Servirebbero fondi privati, investimenti veri, ma nessuno dei protagonisti ha mai dimostrato di poterne garantire. L’ipotesi più concreta, dunque, resta quella di un nuovo fallimento, solo rimandato. A meno che, come scriviamo da tempo, qualcun altro non si interessi a rilevare il titolo sportivo di un’altra società della provincia, così da iscriversi in D. Dopo che per settimane si è pensato al Milazzo, che però ora vuole ripartire, ora si fa il nome del Città di Sant’Agata. Seppur non semplice, è una situazione meno remota di quella attuale, in cui comunque servirebbe l’ok del Tribunale. Ma che senso ha?
