Sono tornati. Li aspettavamo. Li aspettavamo nel senso che sapevamo fossero riapparsi, anche se ne avremmo fatto volentieri a meno. Erano nascosti, pronti a rivendicare il proprio vittimismo e provincialismo. A chi ci riferiamo? Ai soliti – appunto – vittimisti e provincialisti. Sono coloro che pensano che ci sia qualche essere superiore, qualche strana e losca figura indefinita e inqualificabile (chissà in quale parte sperduta dell’Universo) che ce l’ha con Reggio Calabria. E questo strano essere muove le fila dei grandi media, tra cui il Sole 24 Ore, ma muove anche le fila del Governo e della Commissione della Capitale della Cultura.
E così questo strano essere ha deciso che Reggio Calabria deve essere ultima nella Qualità della Vita e ha anche deciso che non ha i requisiti per essere Città Capitale della Cultura 2027. Perché è così, perché l’hanno deciso loro e noi dobbiamo stare in silenzio. Un po’ come la Reggina che è stata cancellata dalla Serie B per i cattivoni Gravina e Cellino, e non per le porcate messe in atto da Saladini. Un po’ come Reggio che è ultima per Qualità della Vita perché al Sole 24 Ore sono brutti, sporchi e cattivi, e non perché in città mancano i servizi essenziali, c’è degrado, sottocultura e i giovani scappano.
Ma in queste ore sta accadendo proprio quello che è accaduto mesi fa dopo il giudizio sulla Qualità della Vita. Sono tutti pronti a postare immagini di Reggio Calabria, la città perdente, a confronto con Pordenone, la città vincitrice. E via di ironia, sarcasmo, rabbia. “Ma come ha fatto a vincere Pordenone? Chissà perché ha vinto?”. “A Reggio Calabria abbiamo il sole, il mare, il clima, la storia, la natura, il bergamotto, i Bronzi”. “Ma Pordenone che città è? Chissà cosa c’è sotto”. “Il Sindaco è di Fratelli d’Italia e i motivi sono politici”. Questi non sono virgolettati reali, bensì sono inventati da noi, ma rispecchiano il pensiero comune di queste ore di tanti cittadini reggini. A costo di difendere la propria città – il che ci potrebbe anche stare – sono pronti a genuflettersi in nome di logiche che non esistono, commettendo errori gravi, gaffe, cattive figure, proprio come quella del Sindaco Falcomatà nel corso dell’audizione del 26 febbraio scorso.
Perché Pordenone ha vinto
Pordenone ha vinto perché secondo la Commissione ha presentato il progetto migliore: più completo, più approfondito, più dettagliato, più accattivante. Il dossier vincitore, intitolato “Pordenone 2027. Città che sorprende”, racconta di una città che vuole superare il suo passato industriale per proiettarsi verso il futuro attraverso la cultura. L’obiettivo è trasformare Pordenone in un laboratorio culturale permanente, capace di offrire nuovi spazi, eventi e opportunità per i cittadini e per le nuove generazioni.
La città punta a recuperare spazi dismessi, renderli centri di creatività e sperimentazione e rafforzare la sua identità culturale, riducendo la necessità di migrare verso i grandi poli artistici del Paese. Il programma culturale si articolerà in 4 temi portanti, esplorando il dialogo tra passato e futuro, tra arte e industria. Il 2027 sarà un anno di mostre, spettacoli, festival e installazioni, che daranno vita a una Pordenone più verde, inclusiva e sostenibile.
Non era un concorso sulla città più bella, ma sul progetto migliore
Reggio Calabria non ha vinto perché il suo progetto non è stato considerato all’altezza. Nel dossier mancavano tutti i riferimenti ai finanziamenti per eventi e infrastrutture poi presentati in audizione. E’ come se all’esame di storia, dopo una esposizione eccellente, lo studente afferma che l’America è stata scoperta nel 200 A.C. L’errore è clamoroso e non giustifica tutto il resto.
Probabilmente, la città dello Stretto, non rientrava neanche tra le favorite. La “macchia” del dossier scarno, senza riferimenti ai finanziamenti ha fatto sì che non venisse neanche considerata come potenziale vincitrice. La misura di questa affermazione ce la dà pure il fatto che non sia neanche citata nel novero delle finaliste. “La città friulana ha avuto la meglio su altre nove finaliste, tra cui Pompei, Brindisi e La Spezia” è il tenore degli articoli dei grandi media nazionali. Reggio non menzionata, non presa in considerazione, scartata probabilmente dall’inizio in seguito alle gravi mancanze del dossier.
Ma quindi, cari reggini, lo avete capito che la scelta del Ministero non era sulla città più bella, ma sul progetto migliore? Ed è sempre stato così da quando – da 11 anni a questa parte – esiste questo concorso. Non vince la città migliore, ma il suo progetto. Altrimenti anche Pompei, che pure era un’altra delle favorite, avrebbe vinto a mani basse per la sua storia. Altrimenti città come Roma, Firenze, Venezia, non dovrebbero neanche partecipare. Di certo, la bellezza, l’importanza, la storia della città influiscono e condizionano sulla scelta, ma questo non basta. E’ questo che dovrebbe far arrabbiare. E dovrebbe far sì che ce la prendessimo con chi ha presentato un progetto non all’altezza. Perché sarebbe bastato anche un progetto “normale” – e per normale si intende inserendo i finanziamenti giusti anche all’interno del dossier – affinché Reggio potesse assicurarsi la vittoria.
“Cosa ha Pordenone rispetto a Reggio Calabria?” si chiedono in tanti dall’alto di quella mentalità secondo cui Reggio è la città più bella del mondo. Pordenone ha tanto altro di diverso rispetto a Reggio e probabilmente – anzi sicuramente – è anche meno bella di Reggio. Ma, ribadiamo, non era l’importanza della città a contare, perlomeno non solo quella. Ha vinto il miglior progetto e il miglior progetto è stato considerato quello di Pordenone. Che poi: cosa significa più bella? E’ un giudizio soggettivo e non si può essere certi che Reggio sia la migliore senza la conoscenza approfondita di tutte le altre città partecipanti. Ognuna possiede al suo interno storia, bellezze naturali e architettoniche, prodotti tipici.
Una mentalità così non supporta la crescita di un territorio, perché la cultura inizia da questi particolari
Non c’è, neanche questa volta, alcuna forza superiore che ce l’ha con Reggio Calabria. Dovremmo incazzarci, da cittadini, sì. Ma non con entità terze, con il Sole 24 Ore, con il Governo, con le Commissioni. No. Dovremmo incazzarci con chi, da una decina d’anni a questa parte, dovrebbe lavorare per valorizzare la città per come merita, per quello che merita. E invece non lo fa, anzi. Commette errori, uno dietro l’altro; perde occasioni, fondi europei, si lascia scappare treni che non passano più. Non è la prima volta che succede. Non è la prima volta che la città è costretta a mangiarsi le mani per chance perse in seguito a capacità e sciatteria amministrativa. Non è la prima volta che vengono persi dei fondi europei per via di progetti non presentati. C’è una parte sana di città, come lo storico Daniele Castrizio, che questo l’ha capito e infatti si è arrabbiato con una classe dirigente che ha definito “imbarazzante”. E’ l’unico modo per uscire da un’impasse senza grandi sbocchi.
La tipica mentalità meridionalista – quella dei napoletani incazzati con chissà chi perché Geolier ha perso Sanremo, o quella, ribadiamo, dei Gravina e dei Cellino, o del Sole 24 Ore e di Reggio ultima come Qualità della città – non aiuta di certo nella crescita culturale di una città e di un popolo. Perché prima che essere Capitale della Cultura su carta bisogna esserlo nella testa, nella mentalità. Bisogna pretendere il meglio dai propri amministratori, dalla propria gente, dalle proprie forze professionali.
Se Reggio Calabria ha 3 mila anni di storia e una cultura magno-greca invidiabile; se è culla del Mediterraneo e se all’epoca era il centro del mondo, ecco, questa non può che essere una aggravante. Siamo passati dall’essere culla della civiltà a culla del degrado, del sottosviluppo, del vittimismo, del provincialismo. La storia, oggi, non conta nulla se non viene valorizzata a dovere. Se pensiamo che, quando ci bocciano, la colpa non è nostra, perché non ci siamo impegnati abbastanza, ma del professore stronzo, beh… abbiamo sbagliato tutti. In primis chi ci dovrebbe rappresentare e poi noi stessi, i cittadini, pronti a costruirci degli alibi per nascondere inefficienza e incapacità.

