Il 21 ottobre del 1999, il Circolo Culturale “L’Agorà” ebbe ad organizzare un incontro sul tema “Leonzio Pilato: Chi era costui?”, che ebbe a registrare, oltre una grande risposta di pubblico, la presenza, in qualità di relatore dell’allora assessore ai Beni Culturali dell’Amministrazione Provinciale di Reggio Calabria, dott. Santo Gioffrè. Durante la grande Mostra che si tenne a Venezia, l’anno precedente, sui “Greci d’Occidente“, venne mostrato per la prima volta al mondo un manoscritto autografo, risalente a 640 anni fa di un certo Leonzio Pilato, detto l’Attico, conservato nella Biblioteca Marciana della città lagunare.
Il manoscritto riportava la prima traduzione che era stata mai realizzata, dal greco al latino, “De verbo ad verbum“, dell’immortale “Iliade” di Omero .
Il prossimo 29 Dicembre sulle varie piattaforme Social Network presenti nella rete, sarà disponibile la presentazione del libro, organizzata dal Circolo Culturale “L’Agorà” “Leonzio Pilato” dello studioso dott. Santo Gioffrè. Nel corso della conversazione saranno esposte le varie tappe del più grande studioso, intellettuale e letterario, meridionale del medioevo. Leonzio Pilato non era un monaco, né un credente. Il suo mondo fu il mito immortale Il 1° dicembre 1365. Nella baia di Venezia, muore Leonzio Pilato, il più grande Studioso, Intellettuale e Letterato, Mitografo meridionale del Medioevo. Nato a Seminara, verso il 1313.
Leonzio Pilato è il Padre dell’Umanesimo occidentale. Mai, amor mi fu tanto caro! Sigero, ambasciatore di Bisanzio a Venezia, comunica a Francesco Petrarca: “Leonzio Pilato, dopo aver tradotto la Fisica gi Aristotele, decise di lasciare Costantinopoli. Mentre si trovava vicino all’albero di trinchetto della nave, in vista del porto di Venezia, un fulmine lo uccideva. Fu allora, nel momento in cui la vita stava per abbandonarlo, che Leonzio raccolse le sue ultime forze e lanciò per aria i suoi preziosi codici per donarli agli Dei, perché li custodissero e al vento tempestoso perché li spargesse per il mondo.Io lo abbracciai, forte, ma Leonzio, ormai, apparteneva al mondo dei suoi amati Dei e, quando tentai di stringere la sua mano, udii il sospiro del vento sussurrare Irene, Irene...”
Fino a 40 anni fa, di Leonzio Pilato nulla si sapeva. Soffice piuma confusa, dal vento, tra le polveri di scarto. Francesco Petrarca, dicendo di Lui e del suo pessimo carattere di arcigno greco calabrese, lo condannò alla damnatio memoriae, pur avendo visto, attraverso Lui, la luce della sapienza del mondo classico.Allevato da Barlaam, secondo Scuola e disciplina bizantina che imponeva l’addestramento dei bimbi allo studio e alla traduzione dei codici antichi, si presume che Leonzio Pilato all’età di 7 anni, fosse stato addestrato da Barlaam a tradurre i codici classici dal greco in latino, come in uso nelle Scuole presso i Monasteri Ortodossi.
La prima notizia certa, su Leonzio adulto, ci viene riferita da Boccaccio quando apprende il significato del Mito di Penteo dalle parole di Paolo da Perugia, custode della più grande e fornita Biblioteca d’Europa: quella Napoletana di Roberto d’Angiò. Spiegazione che Paolo da Perugia aveva ricevuto da Leonzio Pilato, che a lui si era presentato come Auditor(allievo) del grande Barlaam. Ricordiamo, a chi mi legge, che Paolo da Perugia scrisse un’importante opera sulla genealogia degli Dei “le Collectiones“.
Ma pare che, in effetti, gran parte della stessa opera fu scritta o dettata da Barlaam. Come, pare, ma è sicuro, che gran parte delle fonti a cui attinse Giovanni Boccaccio, nel comporre la sua Genealogia degli Dei Gentili, derivassero dagli appunti di Leonzio Pilato. Dopo 10 anni che Leonzio era rimasto a Creta per perfezionarsi nella lingua greca, lo ritroviamo a Padova, il 5 dicembre 1358, straccione, senzatetto e mentre cercava l’elemosina in Piazza della Ragione, per mantenersi ai corsi di laurea presso lo Studium Padovano. Qui incontrò, perché a Lui indirizzato, Francesco Petrarca, che era un Dio in terra e uno degli uomini più ricchi, egoisti, superbi e potenti di quel tempo. Petrarca, sapendo di questo straccione Calabrese, (sporco, ostico, puzzolente, con i capelli in disordine, ma la più grande mente esistente nella conoscenza delle favole greche, come lo descrive, dettagliatamente, Giovanni Boccaccio nelle Genealogie, libro XV) che recitava l’Iliade, in latino, dando consigli ad un avvocato per affrontare cause difficili, andò a trovarlo e gli propose di fare una cosa, mai tentata al mondo: la traduzione, dal greco in latino, dell’Iliade e dell’Odissea. Leonzio, pur riluttante, perché aveva in odio gli uomini col piglio padronale, accettò per fame e con modesta mercede.
Ma, poco durò il suo tempo col Petrarca! Per contrasti circa la sua tecnica antica di affrontare la Translatio, verbum de verbo, Katàpodà, mentre Petrarca pretendeva la traduzione a senso, traendo,dall’Opera di Omero, personali motivi per nuove riflessioni estetiche, morali e politiche e accentuasse, così, il contrasto tra l’antico e il nuovo, arrivato alla traduzione del verso 3401 del V libro dell’Iliade, Leonzio, dopo l’ennesimo richiamo del Petrarca ” faccitius, faccitius- fai presto, fai presto”, mandò, letteralmente, affanculo, il Poeta Laureato. Lo l’abbandono, buttandolo nello sconforto totale perché, il Cantore di Laura, capì che, perdendo Leonzio, gli sarebbe venuta meno l’unica persona, in tutt’Europa, tra i traduttori, persino Bizantini di altissima cultura, capace di maneggiare e tradurre i Poemi Immortali. Petrarca aveva e soffriva la pecca di non conoscere il greco e, da grande Intellettuale qual era, oltre ad essere sospettato di finanziare ladri e trafficanti di manoscritti, sapeva l’importanza, per lui, dell’entrare in possesso, prima di tutti gli altri al mondo, del fiume di notizie contenute nell’Iliade e nell’Odissea.
Fu Giovanni Boccaccio il quale, implorato da Petrarca, intercettò Leonzio Pilato sulla strada verso Avignone. Lo portò con sè a Firenze, facendolo mettere a stipendio dalla Repubblica Fiorentina come fondatore e insegnante presso la prima cattedra di Greco in Italia. Leonzio Pilato, tra il 1358 e il 1360, tradusse tutta l’Iliade e l’Odissea e l’Ecuba di Euripide. A Pisa, tradusse il Digesto, parte greca delle Pandette. Nel 1363, dopo un’ulteriore scontro con Francesco Petrarca, a Venezia,d’imbarcò per Costantinopoli dove, per campare, dava lezioni di greco ai giovani rampolli veneziani e tradusse la Fisica di Aristotele.
Da un frammento ritrovato, risulta che Leonzio era un laureato. Cioè, a Padova, Leonzio Pilato raggiunse la massima onorificenza di studi, la Laurea. In Italia, allora, i laureati erano sì e no 5. Queste alcune delle cifre che saranno oggetto di analisi nel corso della conversazione organizzata dal Circolo Culturale “L’Agorà” visionabile del prossimo 19 dicembre sulle varie piattaforme Social Network presenti nella rete. Tenuto conto dei protocolli di sicurezza anti-contagio e dei risultati altalenanti della pandemia di COVID 19 e nel rispetto delle norme del DPCM del 24 ottobre 2020 la conversazione sarà disponibile, sulle varie piattaforme Social Network presenti nella rete, a far data da venerdì 29 dicembre.
