Lo scrittore francese Alexandre Dumas, famoso soprattutto per i due romanzi capolavoro, “Il Conte di Montecristo” e “I tre moschettieri“, nel corso della propria esistenza ha avuto sempre la passione di viaggiare. Le località prescelte dal Dumas erano quelle più caratteristiche e che gli riservavano ulteriori interessi conoscitivi, al fine di trovare forte ispirazione per le sue opere letterarie. In seguito, i suoi romanzi diventeranno dei veri e propri classici, resi famosi grazie al adattamento cinematografico di numerosissimi film.
Questo desiderio lo portò nel 1835, a visitare prima la Sicilia e poi la Calabria, percorrendo sempre itinerari vari, sia lungo le fasce costiere che in quelle interne, seguendo sempre strade principali e certamente evitando i tratti impervi e impercorribili. Tutto questo lo scrive nella sua opera “Impressions de voyage”del 1842, ristampato dalla casa editrice Rubbettino nel 2006 con il titolo “Viaggio in Calabria”. Il viaggio in Calabria fu intrapreso da Alexandre Dumas sotto falso nome, Guichard, nell’autunno del 1835, in compagnia del pittore Louis Godefroy Jadin e del cane Mylord.
Lo scrittore, sorpreso da una improvvisa tempesta che gli impedì di proseguire la navigazione verso nord, proseguì il viaggio per via terrestre. Dumas soleva spesso accompagnarsi ad amici pittori che disegnavano luoghi e personaggi dell’esplorazione, per rendere duraturo nel tempo il ricordo di ciò che li aveva affascinati. Il libro è frutto della raccolta delle annotazione che Dumas di volta in volta scriveva sulla sua agenda, durante la sua permanenza in Calabria. Inizia con un suo disappunto nei confronti del suo amico e pittore Louis Godefroy Jadin, reo di partire per primo in questi posti ricchi di magia: “per l’impazienza di dover disegnare una veduta di Scilla”.
Questo episodio é una ulteriore conferma del seguito che hanno avuto le stampe di Don Antonio Minasi, eseguite per suo volere dal pittore olandese Guglielmo Fortyn tra il 1773 e il 1778. L’illustre scillese Minasi e pupillo del papa Clemente XIV, Gian Vincenzo Antonio Ganganelli, ebbe il merito di individuare le posizioni da cui disegnare meglio i paesaggi diventati mitici grazie a Omero, tanto che successivamente furono ammirati anche dagli artisti più talentuosi del “Gran Tour” che arrivarono numerosi a disegnare il paese di Scilla.
Sono state eseguite infatti migliaia di stampe di Scilla prima della invenzione della macchina fotografica. Dumas fu anche un attento cronista, lasciando ai posteri osservazioni sulla natura e sui residenti e racconti sempre precisi e meticolosi: “m’incamminai verso Scilla per andare alla ricerca di Jadin. La distanza da San Giovanni a Scilla è all’incirca di cinque miglia, ma sembra di gran lunga inferiore per il paesaggio pittoresco che costeggia quasi sempre il mare e si sviluppa tra siepi di cactus, di melograni e di aloè, dominati di tanto in tanto da qualche noce o castagno dal fogliame spesso, all’ombra del quale trovavamo più volte seduto un pastorello con il cane accanto, mentre le tre o quattro capre a cui badava si arrampicavano capricciosamente sulle rocce vicine o si sollevavano sulle zampe posteriori per raggiungere i primi rami d’un corbezzolo o d’una quercia verde. Di tanto in tanto sulla strada incontravo anche, a gruppi di due o tre, ragazze di Scilla, di alta statura, dal viso serio e con i capelli ornati di nastri rossi e bianchi come quelli che si ritrovano nei ritratti delle antiche romane. Andavano verso San Giovanni e portavano sulla testa ceste di frutta o brocche di latte di capra. Si fermavano e mi osservavano come avrebbero fatto con un qualsiasi animale a loro sconosciuto; poi si mettevano a ridere rumorosamente, senza alcun imbarazzo, del mio vestito che, interamente sacrificato alla mia grande comodità, a loro sembrava certamente stravagante in confronto al vestito elegante che portano i contadini e il calabresi”.
L’autore dei tre moschettieri ci descrive i comportamenti dei cittadini scillesi del ‘800, gente assai curiosa, particolare e diffidente ma allo stesso tempo “amanti dei forestieri”, caratteristica comune anche oggi: “Tre o quattrocento passi prima di Scilla. Trovai Jadin, sistemato sotto il suo ombrellone , con Milord ai piedi e il mozzo accanto; stavano al centro di un gruppo di contadini e contadine calabresi che, con grande difficoltà, riusciva a tenere aperto dalla parte della città e che riavvicinandosi sempre per curiosità finivano col formare, ogni dieci minuti, una specie di tenda tra il pittore e il paesaggio”.
Lo scrittore francese si supera descrivendo in maniera poetica il paese di Scilla dominato dal suo Castello costruito su una grande roccia a picco sul mare e caratterizzato da una serie di scogli, i faraglioni, che rappresentavano senza alcun dubbio le teste di cani del mostro mitologico: “arrivai in città ammirando la sua strana posizione. Costruita su una altura discende come un lungo nastro sul versante orientale della montagna, poi girandosi a guisa di S viene a distendersi lungo il mare che nella rientranza formata dalla sua parte inferiore trova una piccola rada dove possono avvicinarsi, a quel che mi parve, solo navi da pesca ed imbarcazioni leggere del tipo di speronare. La rada è protetta da un lato da un alto promontorio di rocce sulla cui sommità, da dove si domina il mare, c’è un fortezza costruita da Murat. Ai piedi della roccia, e sino ad un centinaio di passi nei dintorni , una moltitudine di scogli dalle forme bizzarre emerge capricciosamente dalle acque. Alcune hanno le forme di cani che si sollevano sulle zampe posteriori, probabilmente è qui che è nata la favola che ha dato all’amante del Dio Glauco una terribile celebrità”.
Dopo aver girovagato per Scilla, Dumas si diresse nella locanda “Pellicano rosso”: “Da lontano grazie alla posizione in pendio della strada, avevo visto una casa tra le cui finestre era appesa un’insegna che rappresentava un pellicano rosso. Il simbolo dell’uccello che si apre il petto per nutrire i suoi piccoli, i sembrò un allusione troppo diretta all’impegno che si assumeva il padrone della locanda nei confronti dei viaggiatori, perché esitassi un solo istante a lasciarmi prendere da quell’esca”.
Il famoso romanziere prese una stanza e mangiò una braciola, ma non avendo con sé il passaporto fu “tradito” dal gestore della locanda che parlò di questa sua dimenticanza col maresciallo della milizia urbana, l’autorità competente del paese. L’obbligatorietà di avere un documento di riconoscimento era un reato non gravissimo ma che poteva creare dei problemi al viaggio dello scrittore. Dumas quindi cercò di risolvere corrompendo il capo pattuglia: regalando due piastrine d’argento, con la speranza di avere la possibilità di recuperare il proprio passaporto da una persona di sua fiducia a Villa San Giovanni, dove riteneva essere il domicilio principale del momento.
Il problema si risolse nell’arco di due ore, ma Alexandre Dumas voleva rimediare l’onta subita come “D’Artagnan”, lo spadaccino più amato dei suoi romanzi, uccidendo il locandiere scillese ma quest’ultimo si dileguò: “gli tesi dunque fieramente il mio passaporto. Diede con negligenza uno sguardo sopra e poi aprendo lui stesso la porta disse: Sua Eccellenza il conte Guichard è in regola; lo si lasci passare. Tutte le porte si aprirono. Grazie alle mie due piastre ero divenuto conte. Dire, dunque signor maresciallo, gli chiesi, se per caso incontrassi il padrone dell’albergo sul mio cammino, ha qualche cosa in contrario se lo facessi fuori? Io, Eccellenza, per niente al mondo! Fate attenzione al coltello. E’ un affare mio maresciallo. E scesi con dolce speranza di saldare il mio doppio conto con il locandiere del Pellicano rosso; sfortunatamente, siccome aveva qualche sospetto, fu il primo cameriere a presentarmi il conto; quando lui era diventato perfettamente invisibile”.
di Enrico Pescatore

