Dopo 33 anni è arrivato il turno di Donata. La sorella di Denis Bergamini, trovato morto nel 1989 sulla ss106 all’altezza di Roseto Capo Spulico, è stata ascoltata oggi in aula come testimone per la prima volta. La donna ha speso, e continua ancora a farlo, la sua vita per chiedere giustizia e scoprire la verità sul centrocampista del Cosenza, deceduto a soli 27 anni. Appena ieri, poco prima del grande giorno, Donata ha dichiarato ai microfoni del ‘Quotidiano del Sud’ di essere serena: “tutta una vita spesa alla ricerca della verità. Senza odio ma con tanta amarezza verso coloro che mancarono ai propri doveri istituzionali costringendo di fatto me e la mia famiglia ad un vero e proprio ergastolo giudiziario“.
La sorella Donata, insieme ai genitori e a quanti lo conoscevano, hanno sempre sostenuto che Denis era un ragazzo felice, che amava la vita e mai si sarebbe tolto la vita. L’ipotesi più accreditata, e per la quale combattono da sempre, non è quella del suicidio: il calciatore, secondo la famiglia e l’ex procuratore di Castrovillari Eugenio Facciollaera, era già morto quando è stato adagiato sull’asfalto. Resta quindi l’accusa di omicidio volontario nei confronti dell’ex fidanzata Isabella Internò e contro ignoti.
Donata è stata l’unica testimone ad essere ascoltata nell’udienza di oggi alla Corte d’Assise a Cosenza. La sorella del centrocampista ha toccati vari punti fondamentali per l’iter processuale, dall’ultimo incontro con il fratello alle incongruenze dell’ex fidanzata. La Bergamini ha poi parlato di come apprese della morte di Denis, tramite una chiamata ricevuta dal marito. La famiglia si recò subito a Roseto Capo Spulico ma venne poi inviata all’Ospedale di Trebisacce dove, in obitorio, entrò solo il padre del ragazzo. Secondo quanto dichiarato dalla donna, i Carabinieri le comunicarono che il fratello si era buttato sotto un camion e che c’era anche la fidanzata.
L’ultimo punto trattato nell’udienza di oggi è quello relativo all’autopsia: Donata rivela che fin da subito avrebbe avvertito che qualcosa non andava e riporta le parole del padre Domizio, da poco deceduto: “La faremo a Ferrara” disse il genitore, “perché non ci fidavamo di nessuno qui in Calabria. Eravamo scossi per l’accaduto”. Si attendono quindi, ulteriori sviluppi sull’accaduto che, da oltre 30 anni, si trascina nelle aule di tribunale.
