Il modulo era leggermente diverso. Era un po’ tutto diverso. La categoria, i calciatori (alcuni davvero grandi campioni), gli obiettivi, le aspettative, i momenti. Era Serie A, quella. Anche se la moderna Serie A. Circa 15 anni fa. Allora, però, quel modo di giocare era nuovo, avanguardista, così come modulo e interpretazione. Funzionò. E infatti adesso è molto più comune. Stiamo parlando della prima Roma di Spalletti, quella di metà anni 2000, quella che si giocava lo Scudetto con l’Inter, quella del 4-2-3-1. Insomma, quella lì. Ecco, per certi versi, in alcuni tratti, e con i dovuti paragoni, la Reggina di Inzaghi attuale ci assomiglia.
Sia chiaro. Non è proprio la stessa cosa, ovviamente. Questa è Serie B, è una qualità più bassa, la Reggina è una squadra tutta nuova, in cui c’è ancora molto da scoprire, e siamo solo alla sesta giornata. Ma è proprio in queste prime sei giornate che, per interpretazione, per movimenti, per scelta degli uomini in alcuni ruoli, la Reggina assomiglia proprio a quella Roma. Quella squadra aveva la fortuna – con la grande intuizione di Spalletti – di giocare a calcio, divertire e segnare tanto pur non avendo un attaccante di ruolo vero. E sfruttando spesso le ripartenze e la capacità di ribaltare in pochi secondi il fronte offensivo, grazie al centralissimo ruolo di Totti, non di certo l’ultimo arrivato. Il capitano giallorosso, che poi si riscoprì anche abile goleador, non lasciava riferimenti davanti: veniva dietro e apriva il gioco, si allargava o dava profondità; era ora trequartista, ora attaccante, ora ala; occupava lo spazio libero, svariava su tutto il fronte, spesso liberava l’area per favorire l’inserimento di Perrotta, Taddei e Mancini, il trio offensivo che si trovava alle sue spalle e che sfruttava proprio il suo piede delicato, che giocava a un tocco. Il tutto sotto la regia e il dinamismo dei mediani, De Rossi e Pizarro.
Insomma, una squadra che giocava a memoria, che aveva un’identità precisa, che rimaneva compatta, che era rapida e dinamica. Un po’ come la Reggina attuale, sempre stretta, abile a sfruttare i velocisti davanti e a non lasciare alcun punto di riferimento. Il Totti amaranto? Jeremy Menez. Che non sarà Totti, ma ci ha giocato insieme e in quanto a qualità e tocchi di classe ha sicuramente imparato tanto. Il Menez utilizzato da Inzaghi non lascia alcun punto di riferimento: spesso viene dietro e fa il regista avanzato, lanciando le ali (come a Pisa per Canotto); spesso si alterna con Rivas e si sposta a sinistra (vedi gol col Palermo o altre situazioni in cui con un tocco ha mandato in porta l’honduregno), a volte è presente in area (vedi gol a Ferrara); ma il più delle volte il suo gioco è a liberarla, l’area – magari con difese chiuse – che favorisce l’inserimento di ali e mezz’ali, con Fabbian che rappresenta a tutti gli effetti il Perrotta di quella Roma e che non per niente a lui è stato timidamente paragonato qualche settimana fa da alcuni colleghi. In tutto ciò mettiamoci la dinamicità di Crisetig e Majer, la velocità di terzini e ali e la grande capacità di rimanere compatti e di sfruttare in rapidità i contropiedi.
Non sarà probabilmente sempre questa, la Reggina di Inzaghi, anche perché non sempre giocherà Menez (fino a che è questo e sta bene, però, difficilmente il mister ci rinuncerà, almeno dall’inizio) e con Gori o Santander il modo di attaccare è diverso, ma ad oggi, in questo avvio, tra i punti di forza c’è proprio la sua presenza davanti, oltre alla grande tecnica, che ben si completa con le caratteristiche di ali e mezz’ali in quello che rappresenta a tutti gli effetti un vortice di imprevedibilità. Le difese non sanno mai dove si piazza il francese e non sanno mai cosa è in grado di inventarsi. Un po’ come faceva Totti allora. Insomma, tante analogie. Speriamo anche nei risultati.
