La scalinata di via Giudecca a Reggio Calabria è un bene da tutelare. Lo ha affermato Angelina De Salvo, dell’Ufficio Stampa della Segreteria Regionale del Ministero della Cultura, a proposito della valenza storico/culturale del sito: “la scalinata ha la dichiarazione di notevole interesse storico da parte del Ministero della Cultura (…) la dimensione culturale di un’opera pubblica è ben sintetizzata dall’articolo 10 del codice dei beni culturali che individua i beni culturali e menziona le pubbliche piazze, vie, strade ed altri spazi aperti urbani di interesse artistico e storico (…) perché eseguiti da oltre 70 anni (…) la scalinata di via Giudecca lo è (…)”. Le dichiarazioni sono state commentate da Vincenzo Vitale, pediatra e pubblicista, nonché presidente della Fondazione Mediterranea: “più che bene, benissimo. Un sincero plauso alla professionista reggina che ha coordinato e diretto il gruppo di volontari autori di un’encomiabile pulizia, rendendo nuovamente usufruibile da parte della cittadinanza la storica scalinata. Una sola pecca, ahinoi insanabile: non aver riservato a Piazza De Nava, coeva della scalinata e certamente di maggiore impatto e visibilità, lo stesso destino e la stessa attenzione. Inspiegabilmente due pesi e due misure che depongono più che male, malissimo”.
“Come mai? – si domanda il dott. Vitale – Com’è possibile che persone di scienza e d’arte e cultura, come si presume siano i qualificati dirigenti della Soprintendenza e del Mic, cadano in svarioni talmente marchiani? Dando per scontato che non vi siano interessi personali, com’è possibile che il giudizio su architetture risalenti allo stesso periodo storico possa cambiare così tanto: assicurare a una scalinata un futuro decoroso e a una piazza un destino di demolizione? Peraltro negando a quest’ultima la dignità di prodotto dell’ingegno umano: anzi, come affermato dal dott. Patamia e confermato dal dott. Sudano, negando che un insieme architettonico sia più di una mera sommatoria dei suoi elementi costitutivi”.
Da medico “devo dire che, se l’equivalente svarione mi fosse capitato nella professione, sarei stato passibile di deferimento al Consiglio dell’Ordine per manifesta ignoranza delle basi della professione. Gli Ordini professionali, infatti, per statuto dovrebbero anche vigilare che l’attività professionale sia “fondata su principi indotti dalle scienze, insegnati normalmente nelle Università o scuole superiori: il che implica sempre la soluzione di un problema sulla base di quei principi”. In altri termini un professionista non può usare metodi diversi per lo stesso problema, soprattutto quando uno dei metodi non è previsto in nessun protocollo scientifico”. Nel caso di Reggio Calabria la Soprintendenza “ha usato metri di giudizio diversi nel valutare opere architettoniche coeve, togliendo valenza storico/culturale proprio a quella che ne avrebbe avuto maggior diritto. Dando per scontato che non vi siano interessi personali in ballo, quindi eliminando l’ipotesi di ulteriore ricorso alla Magistratura, potrebbe essere il caso di un possibile deferimento all’Ordine professionale?”.
