La foto. Quella foto. Quella in evidenza. Quelle luci abbaglianti, che catturano. Quella scritta. E la fontana in primo piano, “passati o largu chi a funtana piscia”. Quella foto è “contagiosa”. La prima volta che la vidi, sarà stato qualche anno fa, mi catturò immediatamente. Sciocco a non salvarla, non ricordo neanche se la vidi al cellulare, forse non c’erano neanche gli screenshot. Ecco, quella foto è come se mi trasportasse a quei tempi, gli anni ’70. Tempi diversi per Reggio Calabria, forse spensierati, soprattutto per chi allora era in giovane età. Di quella foto, ovviamente, protagonista è il Roof Garden, simbolo della “Reggio da bere”. Croce e delizia, sacro e profano, vizio e virtù di una città dai tanti difetti ma dagli altrettanti pregi.
Lo stimolo a raccontare la storia del Roof Garden parte proprio da quella foto, che avevo perso e per fortuna ho ritrovato. Una storia breve ma intensa. La storia di un luogo che ha segnato un’era della città. C’è un prima e un dopo il Roof Garden. Con le guerre di ‘ndrangheta e la rivolta di mezzo, a far da contraltare agli anni del boom economico post guerra. E il boom economico, il boom edilizio, sono proprio le origini della costruzione dello stabile, realizzato in quel periodo, a cavallo tra ’40 e ’50. Prima, in quell’area, c’era un negozio di rifornimento di benzina e di gomme per automobili. Poi il Comune acquista una parte di un suolo privato e ottiene una superficie omogenea con gli altri già di sua proprietà, mettendo sù l’edificio. E così nasce l’Arena Garden, cinema all’aperto. Di fronte alla fontana si entra in un locale con sedie apribili, con l’esibizione di un telone per la proiezione dei film. E’ la fine degli anni ’50. In quel periodo, verso l’inizio degli anni ’60, gli imprenditori Montesano acquisiscono i locali del cinema dal Comune. E, da lì, la svolta. A metà anni ’60 la gestione passa ai Macheda, che rivoluzionano il modo di fare ristorazione a Reggio Calabria. Dal cinema si passa al Bar-Rosticceria-Pasticceria, è la prima volta. Ma, soprattutto, è grazie al Roof Garden, all’innovazione dei Macheda, che Reggio Calabria scopre il piacere dell’aperitivo e dei tramezzini così come li conosciamo oggi. Il rito dell’aperitivo in tutta la sua essenza e curiosità, accompagnato dalla rosa che il signor Macheda dona a tutte le signore che la domenica vanno a consumare nel locale. E poi il caffè nero, i cannelloni al ragù, i babà. Un mo(n)do nuovo, un ritrovo per giovani spensierati o per la borghesia, la nuova borghesia, quella dei liberi professionisti. Il cuore di Reggio Calabria è lì, tutto. Bene e (purtroppo, come vedremo) anche male. Sotto i portici ci sono le Poste, un barbiere, negozi d’abbigliamento. E chi arriva in albergo, che oggi è l’Excelsior, ha tutto. Non gli manca nulla. La zona, poi, è molto vivace anche per la presenza del vicino Lido comunale, altro luogo iconico dei reggini di quegli anni.
Chi non frequenta il Roof Garden, va appunto al Lido. “Ero ancora un giovane, sprovveduto, studente”, ci racconta lo storico Agazio Trombetta. “Noi ragazzini, io abitavo al Rione Ferrovieri, per andare al Lido prendevamo il treno. Dalla Centrale alla Lido in treno per superare quella distanza, perché quello era un luogo incantato, bello”, afferma con emozione lo storico. La stessa emozione che mi ha colpito guardando quella foto. Il Lido, il Roof Garden, le luci e il cuore pulsante della movida di quegli anni. Un luogo incantato, dove imperversavano l’eleganza e la gentilezza di allora. “Chi arrivava dalla parte di Piazza Indipendenza – racconta lo scrittore Gabriele Fava – si ritrovava la Rosticceria, il bancone era a L, mentre dalla parte del Museo c’erano Bar e Pasticceria”. Al piano successivo, invece, la sala concerti, che poteva ospitare 250 persone circa. Lì, nel corso degli anni, si sono esibiti diversi cantanti anche internazionali, tra cui Gino Paoli e Fred Bongusto. “E i camerieri? Simpatici, alla mano, avevano la battuta facile. C’erano anche dei Vigili addetti solo al verde – racconta sempre Fava – Avevano la divisa verde, se passavi sopra le aiuole ti multavano. Poi ricordo che d’estate passavano tutte le mattina le autobotti a pulire la strada e ogni aiuola aveva una fontana illuminata”.
Puff. Flash. Salto temporale. Passa qualche anno e succede qualcosa. Non un processo immediato e improvviso, però. Il post guerra, il successivo boom economico e il conseguente benessere, infatti, costruiscono un’era in cui nascono nuove classi sociali. E’ il periodo che anticipa la grande rivolta e soprattutto le prime guerre di mafia. I luoghi centrali della città, tra cui il Roof Garden, sono conosciuti ormai da tutti. E frequentati, da tutti. Anche da quei clan mafiosi che avevano iniziato a prendere piede in città. I De Stefano, nel corso degli anni, si erano via via spostati dalle periferie al centro. E una sera succede quello che non doveva succedere. Un fatto terribile, drammatico, segnante a suo modo la storia del Roof Garden e della città in generale. Il cosiddetto “picco”, punto di non ritorno. C’è un prima e un dopo Roof Garden, ricordate? Ecco, da quell’episodio ha inizio “il dopo”. E’ il 1974. E’ tarda sera, un’auto irrompe a Piazza Indipendenza (allora piena zeppa di macchine parcheggiate per accedere ai vari luoghi del posto) e spara dei colpi: dentro ci sono i fratelli De Stefano. Uno viene ucciso, l’altro ferito insieme all’amico che si trovava con loro. E’ l’inizio della prima guerra di ‘ndrangheta, come detto “un punto di non ritorno” per la storia cittadina.
Ed è innegabile come quel fatto, quell’episodio, segni in modo indelebile il prosieguo non solo del Roof Garden, ma anche di tutta la zona e delle attività circostanti. La gente, che negli anni d’oro frequentava quel luogo in serenità e spensieratezza, comincia a vederlo con titubanza, timore, paura. La seconda parte degli anni ’70 è quella del lento declino. E anche i Macheda se ne rendono conto. Lasciano la gestione agli Arcidiaco, a cavallo degli anni ’80. Ma dura pochi anni. L’immagine del locale, infatti, è distrutta. In concomitanza con quella della città. Da un lento e iniziale declino si va in picchiata, fino alla chiusura definitiva a metà anni ’80. E quella zona, Piazza Indipendenza, si “svuota”, nel corso degli anni: niente più Poste, negozi d’abbigliamento, barbiere. C’era tutto, poi quasi più niente. Solo “Cesare“. Era lì, è sempre lì, resiliente, gagliardo, a rappresentare l’ultimo baluardo di una normalità perduta. Cambiano i tempi ma il chiosco verde rimane. In questi trent’anni, simbolo unico di quella Piazza che è la storia della città e che adesso può rinascere con quel luogo, il locale dell’ex Roof Garden, rinnovato, ristrutturato e riaperto con il negozio di abbigliamento “Terranova“, dopo anni e anni di progetti, annunci, rinvii. E tristezza, tanta tristezza, nel vedere cantieri aperti, ponteggi, teloni di copertura. Niente più luci, quelle luci abbaglianti che però ora, seppur con un negozio di abbigliamento, sono tornate ad illuminare la piazza. Nella speranza di una vera e propria rifioritura…

