Da sempre gli animali vengono usati come metafora per spiegare il comportamento dell’uomo. Dalle favole di Esopo alla “Fattoria degli Animali” di Orwell, passando per i cartoni della Disney fino ad arrivare alle espressioni della lingua parlata “testardo come un mulo” oppure “furbo come una volpe”. A proposito di espressioni verbali, capita spesso che nelle forme dialettali dell’italiano gli animali siano protagonisti di detti e proverbi nei quali si sostituiscono all’uomo assumendone tratti positivi e negativi. Un particolare proverbio della lingua messinese ha come protagonista un innocuo canarino, con accezione negativa.
“L’aceddu ‘nta jaggia o canta pi invidia o canta pi raggia”, tradotto in italiano “L’uccello rinchiuso in gabbia canta a causa dell’invidia oppure per la rabbia”. Il significato è facilmente intuibile. L’uccellino in questo caso è metafora di chiunque si ritrovi a parlar male di un’altra persona: come il canarino che canta nella sua gabbietta, ovvero in una situazione di insofferenza (non è libero), anche chi parla male delle altre persone lo fa poiché prova del disagio derivante o dall’invidia verso il prossimo o dalla frustrazione. Spesso, dunque, il pettegolezzo è indice di un problema legato maggiormente alla persona che lo fa circolare, più che alla persona che ne è soggetta.
