La storia della Sicilia è ricca di tradizioni, miti e leggende antiche. Essendo un’isola, molte di esse sono legate al mare, elemento che fin dagli albori ha affascinato l’uomo che ha imparato a sfruttarlo per sopravvivere, a solcarlo per soddisfare il suo desiderio di scoperta e anche a temerne la furia distruttrice, nonché le creature nascoste nelle sue profondità. Leggende tramandate nel tempo, fino ad arrivare ai giorni nostri. Nel recente Sanremo 2021, uno dei due cantanti di ‘Musica leggerissima’, divenuta un vero e proprio tormentone fra melodia e balletto, porta il nome di ‘Colapesce’. Il nome d’arte si ispira proprio al personaggio di una storia molto famosa nel Regno delle due Sicilie, divenuta poi la base di opere letterarie e canzoni.
La leggenda di Colapesce in Sicilia: la versione messinese e quella catanese

Nella versione catanese invece, Colapesce andò in missione per conto del Re, al fine di fornire una prova tangibile della sua scoperta: sotto l’Etna c’era del magma che alimentava il vulcano. Verità che gli costò la vita. Il ragazzo non tornò più in superficie, ma il pezzo di legno che portava con sé riemerse, poco dopo, bruciato.
La leggenda di Colapesce: la versione napoletana
La leggenda di Colapesce si tramanda anche a Napoli. Questa volta, il buon Nicola, viene addirittura maledetto dalla madre. Il ragazzo, dotato di una naturale propensione all’immersione, passava più tempo in acqua che sulla terra ferma, dunque la madre, indispettita, gli lanciò contro un sortilegio: “Potessi addiventà ‘nu pesce!”. Così fu. La pelle del ragazzo si squamò, le sue mani diventarono palmate e venne ribattezzato Cola-Pesce. Tale evento lo rese ancor più famoso, tanto che il suo nome giunse alle orecchie di Federico II di Svevia che volle conoscerlo. Colapesce raccontava al re dei tesori e dei segreti del mondo sommerso, riemergendo dai suoi viaggi sott’acqua con gioielli e coralli da regalare al sovrano. Un giorno il re lo mise alla prova per testare le sue abilità, mettendo in palio la mano di sua figlia. A seconda delle versioni, Federico II lanciò in acqua dei gioielli o una palla di cannone, dando a Colapesce il compito di recuperare gli oggetti. In entrambi i casi però, il ragazzo non finì troppo a fondo e non riemerse più.
La leggenda, secondo gli studi di Benedetto Croce, sarebbe da ricondurre ad un culto tardo pagano legato alla setta dei ‘Figli di Nettuno’, dei sommozzatori che si occupavano di scovare tesori e ricchezze nei fondali partenopei. Secondo una particolare versione, essi riuscivano a restare così tanto in apnea dopo aver ottenuto dei particolari poteri grazie all’accoppiamento con la sirena Partenope. Gli ultimi adepti della setta sarebbero rimasti in vita fino alla Seconda Guerra Mondiale.