Fu ucciso dai partigiani slavi ed inghiottito nelle foibe carsiche. Giuseppe Arconti, cittadino di Bova Marina, a soli ventiquattro anni, subì l’ingiustizia ed il dramma della morte nel nord-est d’Italia dove era stato destinato a servire la Patria.
Carabiniere Giuseppe Arconti
Giusep
Furono i Comunisti del Movimento Partigiano, italiani inquadrati nel IX Corpus dell’Armata jugoslava, che miravano all’annessione di quei luoghi alla Jugoslavia con metodi semplici nella loro crudeltà, ad uccidere Giuseppe mentre fuggiva dalle SS tedesche. Fu gettato nelle “foibe”, da morto, come altri migliaia e migliaia di italiani. Giuseppe era consapevole del suo fatale sacrificio. In piena coscienza, subì quell’orribile morte per difendere l’idea che aveva servito. Un martire. Il suo sogno lo ritrovò nel fondo della sua coscienza e nel cuore di quei carnefici che raccolsero i suoi ultimi palpiti e le sue inutili speranze. Con ineguagliabile e profondo dramma riuscì a non smentire la propria identità di uomo, di carabiniere e di italiano, fedele sino alla morte ai propri ideali. Proprio sul punto di donare la propria vita, quando vide i fucili puntati contro di lui da quei fratelli sconosciuti, ormai pronti a far fuoco, provò nei loro confronti un sentimento d’angoscia e di pena.
Un ragazzo di Calabria che aveva scelto di crescere e di servire la Patria da Carabiniere, vivendo con semplicità; che scriveva lettere commoventi ai genitori e si firmava “affettuoso figlio Peppino”; che sopportava la lontananza dagli affetti con forza e determinazione. “Sono contento –scriveva- di sapere che a casa tutti state bene”. Era appena ventunenne, quando lasciò i genitori ed i fratelli per servire l’Arma. Per volontà del Presidente, Carabiniere Aus. dott. Franco Sergi, e del Comandante della locale Stazione dei Carabinieri, Maresciallo Cosimo Sframeli, nel 1992 fu intestata a lui l’Associazione Nazionale Carabinieri di Bova Marina.
Il 9 ottobre 1999, una spartana quanto suggestiva cerimonia commemorativa, un vero e proprio funerale, si tenne a Bova Marina. Nella cappella di famiglia, i fratelli ed i parenti, in lacrime, posero un’urna contenente una manciata della terra di Nimis raccolta, con amore e devozione dal fratello Leo, da lì dove, secondo le testimonianze raccolte, venne fucilato e cadde il Carabiniere Giuseppe Arconti. Fu una morte che solo il cuore riuscì a comprendere perché la ragione non seppe trovare parole adeguate. Finalmente papà Carmelo e mamma Francesca, in cielo, poterono avere notizie certe del figlio dichiarato “disperso”. Nel cimitero di Bova Marina, i parenti, sulla lapide di marmo, dietro la quale non ci sono le sue spoglie, apposero la fotografia di Giuseppe in uniforme, scattata a Roma quando fu promosso Carabiniere, e vollero giustamente scrivere: “Caduto eroicamente per la Patria nell’adempimento del proprio dovere”, perché potesse costituire un costante ed ideale punto di riferimento nella crescita umana e civile della gioventù di Bova Marina.
Cosimo Sframeli
