E’ stato arrestato all’alba di oggi, insieme ad altre 4 persone, un assistente parlamentare, Antonello Nicosia, membro del comitato nazionale dei radicali italiani, con l’accusa di avere veicolato messaggi fuori dalle carceri.
In manette anche il capomafia di Sciacca Accursio Dimino.
I cinque destinatari del fermo emesso dalla Dda di Palermo ed eseguito stamani dalla Guardia di finanza e Arma dei carabinieri, in merito all’operazione “Passepartout”, sono:
- Accursio Dimino, nato a Sciacca il 14/10/1958;
- Antonino Nicosia, (detto Antonello), nato a Sciacca il 26/07/1971;
- Paolo Ciaccio, nato a Sciacca il 07/05/1986;
- Luigi Ciaccio, nato a Sciacca il 07/05/1986;
- Massimiliano Mandracchia, nato a Sciacca il 06/01/1973.
Tutti sono ritenuti appartenenti o comunque contigui alla famiglia mafiosa di Sciacca. Parallelamente all’esecuzione dei fermi, su disposizione dell’autorità giudiziaria, i militari stanno procedendo a sequestrare agli indagati disponibilità finanziarie – tra le quali una carta di credito collegata a conti esteri – e patrimoniali, tra cui un’imbarcazione, ai sensi dell’art. 240 bis c.p., tenuto conto che gli stessi risultano disporre, anche per interposta persona, di beni e altre utilità in valore sproporzionato al reddito da loro dichiarato.
Secondo la Procura, Nicosia avrebbe fatto da tramite tra capimafia, alcuni dei quali al 41 bis, e i clan, portando all’esterno messaggi e anche ordini. Nicosia ha accompagnato la deputata Pina Occhionero in alcune ispezioni all’interno delle carceri siciliane: durante quelle visite i boss avrebbero affidato all’assistente della parlamentare dei messaggi da recapitare all’esterno.
Sono in corso decine di perquisizioni su tutto il territorio di Sciacca (Agrigento), che vedono impiegati oltre 100 finanzieri e Carabinieri, supportati da mezzi aerei e unità cinofile, e che riguardano abitazioni, uffici, aziende e negozi nella disponibilità degli indagati coinvolti nell’operazione.
Gli inquirenti definiscono Antonello Nicosia “organico alla famiglia mafiosa saccense“, già noto in quanto, tra le altre cose, condannato in via definitiva alla pena di 10 anni e 6 mesi di reclusione per partecipazione ad associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, scarcerato da ormai oltre dieci anni. Gli approfondimenti investigativi hanno consentito di documentare, spiegano “il pieno inserimento di Nicosia nel contesto mafioso saccense“.
“Sfruttando il baluardo dell’appartenenza politica, il Nicosia ha addirittura portato avanti l’ambizioso progetto di alleggerire il regime detentivo speciale di cui all’art. 41 bis o di favorire la chiusura di determinati istituti penitenziari giudicati inidonei a garantire un trattamento dignitoso ai reclusi“: lo scrivono i pm della Dda di Palermo.
“Bisogna cambiare nome a questo aeroporto, perché i nomi Falcone e Borsellino evocano la mafia. Perché dobbiamo sempre ‘arriminare’ (rimestare ndr) la stessa merda?”: a parlare, senza sapere di essere intercettato nella sua auto, è Antonello Nicosia. “Ma poi sono vittime di che cosa? Di un incidente sul lavoro, no?“, dice Nicosia al suo interlocutore. “Ma poi quello là (Falcone) non era manco magistrato quando è morto, non esercitava dice ancora Nicosia – Perché l’aeroporto non bisogna chiamarlo Luigi Pirandello? O Leonardo Sciascia? E che cazzo, va. O Marco Polo?“, conclude ridendo.
“Il massimo obiettivo auspicato da Antonello Nicosia era quello di formalizzare una collaborazione con la Camera dei Deputati, come noto prevista dai regolamenti parlamentari, grazie alla quale egli avrebbe potuto fare visita financo ai detenuti sottoposti al regime speciale di cui all’art. 41 bis“, scrivono i pm della Dda di Palermo. “Lo stesso Nicosia rivelava tale circostanza in una conversazione del 4 gennaio 2019 col proprio conoscente Pippo Bono. In particolare, l’indagato confidava espressamente al proprio interlocutore di aver ottenuto un ”contratto” con l’Onorevole Occhionero non per ragioni economiche e di lavoro bensì per la possibilità di fare ingresso nelle carceri e, più in particolare, per far visita ai detenuti sottoposti al predetto regime di carcere duro“.
