
Il 23 aprile non eravamo andati a scuola per la festa del nostro Santo Patrono, San Giorgio Cavaliere. Il giorno prima, il maestro Zaccaria ce ne aveva narrata la leggenda. Era un grande combattente un eroe che non aveva esitato a combattere e sconfiggere il drago. Ne approfittai per stimolare mio padre al racconto. Gli chiesi di raccontarmi delle battaglie alle quali aveva assistito. Mi raccontò delle battaglie di Tobruk e di El Alamein. Mi raccontò di quanto era stata dura combattere con i carri armati finti, senza armi e senza rifornimenti. Mi raccontò della leggenda della Volpe del deserto (Rommel). Mi raccontò della sua cattura, rimasto unico superstite del suo battaglione. Aveva visto morire uno dopo l’altro i suoi commilitoni.
Mio padre sembrava un uomo burbero ed insensibile. Ma aveva un cuore grande quanto un palazzo. Una lacrima rigava il volto mentre raccontava. Gli chiesi perché e mi disse che, tutto il battaglione, aveva combattuto per la Patria, ma nessuno li ricordava più o li avrebbe mai ricordati, perché avevano combattuto a fianco dei Tedeschi. Mi disse che, in fondo, Duce o non Duce, egli quella guerra la avrebbe ricombattuta all’infinito, perché lo aveva fatto per la sua Patria. Gli asciugai la lacrima e dissi che era il mio eroe. Anche se nessuno se ne sarebbe più ricordato dei suoi commilitoni, lo avrei fatto io, almeno ogni anno, per la festa della liberazione. Non importava, come era andata la storia, erano anche loro degli eroi, perché avevano combattuto per la Patria.
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