
Nella nostra famiglia i nomi non erano scelti, erano attribuiti, alla nascita. Quando uno nasceva si sapeva già come si sarebbe chiamato, senza sforzo, senza dover scegliere, senza dubbi, senza possibilità di sbagliare. Di Paola ho già detto. Poi veniva Marisa, diminutivo di Maria la nonna materna, la nonna americana per intenderci, quella che abitava accanto a zio Vincenzo. Poi veniva Paolo, il maschio primogenito, che portava il nome del nonno paterno, già omaggiato alla nascita di Paola. Poi c’era Pasquale, che portava il nome di mio nonno materno. Non si scappava, nessuna fantasia possibile o necessaria. Poi, arrivato io, i nonni erano finiti ed accontentati, si passava allora ai nomi degli zii, prima paterni e poi materni, alternativamente. Io ne accontentai due, uno paterno ed uno materno, come detto.
Mi spiaceva per mia mamma e per la Vergine del Rosario, ma pensavo giusto e motivo di orgoglio, portare il nome dei miei zii, ai quali peraltro ero molto affezionato. Quanto fossi affezionato a mio zio Vincenzo materno lo si è capito nelle storie precedenti. Ma anche a mio zio Vincenzo, paterno, Beniamino all’anagrafe, ero molto affezionato. Come lo era tutta la mia famiglia. Mia madre raccontava sempre che, durante la guerra, Beniamino, rimasto a casa, non si era mai dimenticato di lei e di Paolina, passando tutti i giorni a trovarle ed a portare qualcosa da mangiare. La riconoscenza quindi l’aveva indotta ad accantonare l’idea del nome Rosario, fuori albero genealogico.
Era bello ricordare il rispetto dei parenti anche nei nomi, che non sono belli o brutti a prescindere, ma sono belli o brutti, in funzione di chi li porta. Me ne sarei ricordato sempre.
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