Siamo consci del fatto che il titolo di questo articolo potrebbe sembrare modellato su un episodio di Totò e Peppino, Asterix e Obelix o Gianni e Pinotto. In realtà, ciò che ci proponiamo di raccontare ha il carattere di una storia molto particolare, buffa in certe sfumature, sottilmente amara, come certi rimedi guaritori, nella sua morale. L’episodio che narriamo tratta di una vicenda, molto discussa e molto amata, che nei tempi recenti ha interessato la città di Messina: la Street Art.
Come fiori che sbocciano, come funghi che spuntano, all’improvviso la città dello Stretto è stata investita da uno tsunami di colori e tinte difformi e multiformi. Pareti fatiscenti e pensiline del tram rapidamente invecchiate dal tempo e dall’uomo hanno assunto volti nuovi, come se qualche chirurgo plastico, inosservato e attento, avesse operato in silenzio, velocemente, giorno e notte, nonostante fosse proprio lì, sotto gli occhi di tutti, sotto il cielo limpido e aperto, terso e annuvolato, nero e turchino. Il messinese, che non sempre è apprezzabile per il suo essere sveglio, ha accolto la novità: ha visto, distrattamente, ha osservato. Ha pensato? Ebbene sì: le circa duecentocinquanta interviste, condotte su un campione eterogeneo di cittadini, che sono state rilasciate ai microfoni di Strettoweb, hanno appurato che il messinese, in determinate condizioni psico-fisiche e spazio-temporali, può essere capace di formulare pensieri strutturati, coesi ed efficaci nell’inviare un messaggio preciso. Abbiamo ritenuto che fosse del tutto imperdibile conoscere il parere dei messinesi al riguardo.

Il fronte del 93% si spacca su una domanda un po’ cattivella per chi non conosce in profondità la Street Art, che si riferisce, in particolare, alle opere murali: “pensi che le opere possano essere apprezzate ugualmente anche se le facciate su cui sono state stese sono fatiscenti, oppure si rendeva necessario il recupero degli edifici?”. Il 35% sostiene che le opere possano essere fruite comunque e, anzi, possano essere apprezzate meglio, essendo più vicine al vero spirito della street art, sulle pareti in cattivo stato; il 45% ritiene, invece, che se le pareti fossero state riprese le opere murali avrebbero avuto vita più lunga, e sarebbero valse da tela migliore su cui stare; il 20%, infine, reputa che bisognasse comunque riprendere gli edifici della zona portuale, dal momento che le “restanti facciate danno l’immagine, ai tanti turisti e viaggiatori, di una Messina degradata e lontana dal decoro pubblico che si confà ad una città porta di mare”.
Cosa vogliamo dire con questa citazione? Che la Street Art nasce come espressione indipendente e spontanea di artisti che hanno qualcosa da dire: gli spazi abbandonati della città, quelli che nessuno calcola, che nessuno considera, divengono improvvisamente quaderni intonsi su cui scrivere una storia, un’opinione, un pensiero, un concetto. Il caso lampante di questo tipo archetipico di Street Art lo possiamo notare proprio a Messina, nell’opera di Blu, depositata sul muro abbandonato della Casa del Portuale; nessun progetto europeo, nessun bando comunale, nessun invito: solo pennelli e colori, e un’idea della testa.
Molti degli intervistati hanno espresso dubbi su quale fosse la fonte di provenienza dei fondi per realizzare questo progetto, su quale fosse stato il metodo di selezione degli artisti scelti, su come fossero state scelte le tematiche su cui basare le opere: sul sito del comune di Messina sono presenti tutti gli atti e i comunicati dei responsabili del progetto “Distrart“e dell’Assessorato alla cultura, che ha concertato “Ottoeventi”, serie di eventi per la città del Centro di Competenza per lo sviluppo di servizi culturali e turistici nel campo dell’arte e dell’architettura contemporanea, finanziato dal PO-FESR 2007-2013.
Questa parentesi di Street Art a Messina ha permesso di entrare in contatto con il mondo contemporaneo dell’arte, nonostante l’azione sia stata voluta e mediata: sorge come una pulce fastidiosa, il dubbio che questa forma d’arte quasi totalmente nuova per Messina sia vista come un mero abbellimento della città. Ma c’è un concetto, una linea di pensiero definita dietro l’esteticità delle rappresentazioni: c’è, in alcuni casi, una volontà di denuncia, di creare memoria. Si va a rappresentare, nello spazio della porta del mare, quella “bellezza dolorosa” che, oggi più che mai, le appartiene. Non imputeremmo ai singoli artisti, del calibro di Anc & Poki, Julieta_Xlf, Luca Zamoc, NemO’S e Seacreative (con la preziosa collaborazione del CollettivoFX), la convenzione estetica alla vista della quale alcuni hanno storto il naso. Sempre secondo il buon Bonami, condivisibile o meno: “molto popolare oggi è il “brutto”, che ha da sempre avuto il suo seguito, ma che di questi tempi sembra diventato il nuovo bello. Pensiamo ai programmi televisivi oppure ai film dei fratelli Vanzina, oppure, ancora una volta, ai bronzi di Botero o alle colonne in fiamme di Plessi. Se ci domandiamo perché l’arte contemporanea faccia tanta fatica a farsi strada forse la risposta sta nel fatto che, poveretta, deve farsi largo in mezzo a una giungla di brutture popolari. Ma non è il mostruoso che ci spaventa e ci fa indietreggiare quanto il brutto bellificato che imperversa marcendo”. Riflettere su questo significa imparare a guardare le cose da un’altra prospettiva: non è detto che non si possa capire ciò che, a prima vista, non si comprende.
Vorremmo concludere ritornando alla storia della “scusa della Street Art per coprire fatiscenze”: fu Papa Giulio II a dire a Michelangelo: “prendi questo granaio e trasformalo in una cappella”. Oggi, quel granaio è la Cappella Sistina. E abbiamo detto tutto.
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